Sostituire il vuoto con la pienezza per guardare il mondo in profondità.
La pandemia ci aveva offerto una lezione non dissimile da quella della guerra.
In poche settimane aveva prodotto mutamenti profondi e duraturi nel nostro modo di vivere e di lavorare, rimodellando tanto gli spazi esteriori quanto quelli interiori, e incrinando certezze che credevamo acquisite.
Quel trauma collettivo segnò un temporaneo allontanamento dal pilota automatico della modernità avanzata, dominata dalla ricerca ossessiva di successo e identità, spesso a scapito dell’esplorazione del sé.
La sospensione delle certezze, inizialmente angosciante, divenne per alcuni – pochi, i più disposti a reggere il vuoto – uno spazio di riflessione, un esercizio di pazienza, l’occasione per aprire la propria scatola di Pandora.
In quel contesto sostenni la necessità di un rinnovato dialogo interiore, capace di favorire processi di individuazione nella società tardo-moderna.
Quell’ottimismo, oggi, appare ingenuo. La profezia di Michel Houellebecq – “il mondo sarà lo stesso, solo un po’ peggiore” – si è rivelata fin troppo accurata. L’invasione dell’Ucraina, il genocidio palestinese, l’intervento statunitense in Venezuela fino ai più recenti sviluppi militari in Iran (solo per citare alcuni esempi) segnano il passaggio da quella che chiamavo “sospensione delle certezze” a ciò che oggi possiamo definire, senza eufemismi, la loro fine.
È un passaggio che richiama con inquietante precisione un’intuizione di Jung, maturata all’ombra delle due guerre mondiali: l’idea che una guerra tra nazioni civili sarebbe diventata una favola, in un mondo razionale e regolato da istituzioni internazionali, si sarebbe rivelata un’illusione. Al suo posto, una società polarizzata, ipocritamente moralista, che invoca la guerra – reale o simbolica – come reset, come scorciatoia distruttiva per evitare il lavoro più arduo: quello del confronto, della responsabilità e della trasformazione interiore.
Scrivevo nel 2022, e lo ribadisco oggi, che la pandemia, esponendoci a un’incertezza radicale, poteva rappresentare un’occasione di cambiamento e persino di rinascita. Costringeva a un movimento controcorrente: dall’esterno all’interno, dall’estroversione all’introversione, invitando a ritrovare un equilibrio tra i due poli. Pandemia e guerra, in questa prospettiva, si presentano come una resa dei conti e, insieme, come una possibilità di “reset”.

Un reset che non coincide con l’ennesima ripartenza produttivistica, ma con l’abbandono di una visione lineare del mondo, fondata su aspettative e promesse sempre rinviate. Al suo posto, la riscoperta dell’interiorità e di una dimensione spirituale – non necessariamente religiosa – intesa come fonte di creatività dell’anima, alternativa a una concezione della vita ridotta a competizione permanente.
Il mio appello, rimasto allora come oggi largamente inascoltato, insiste su un punto semplice: creatività e immaginazione favoriscono fluidità e pluralismo. E se la fluidità viene preferita tanto all’individualismo rigido quanto alla liquidità indistinta, forse diventa possibile arginare ansia, depressione, pulsioni suicide e anomia. Le radici delle guerre anacronistiche che oggi insanguinano il mondo – guerre dal sapore novecentesco in un’epoca che si pretende post-storica – affondano in questa stessa incapacità di reggere la complessità.
Lo aveva intuito Joseph Roth (scrittore ebreo nato in Galizia – oggi Ucraina): mettendo in bocca al suo Chojnicki un’invettiva che suona oggi come un inquietante déjà-vu:
«Questo Impero è destinato a cadere. Quando l’imperatore chiuderà gli occhi, ci sbricioleremo in cento pezzi. I Balcani saranno più forti di noi. Ogni popolo creerà il proprio piccolo stato sordido, e perfino gli ebrei nomineranno un re in Palestina. A Vienna, il tanfo di sudore dei democratici è così forte che non si può più passeggiare sulla Ringstrasse. Gli operai sventolano bandiere rosse e non vogliono più lavorare. Il sindaco di Vienna è un ubriacone. I preti stanno con il popolo e nelle chiese si predica in ceco. Al Burgtheater si mettono in scena porcherie ebraiche e, per dirla tutta, ogni settimana un fabbricante ungherese di latrine diventa barone. Vi avverto, signori, se non agiamo subito, è la fine. Chi vivrà, vedrà!»
Parole che raccontano il crollo di un mondo incapace di trasformarsi dall’interno. Ed è forse proprio qui che si annida il paradosso del nostro tempo: mentre invochiamo il “reset” attraverso la distruzione, continuiamo a rifiutare l’unico reset che non produce macerie – quello della coscienza.
Roth racconta che coloro che ascoltavano Chojnicki reagivano con una risata, liquidandolo come un profeta stravagante, incapaci di cogliere la portata delle sue parole. Eppure quello stesso Chojnicki, deputato feroce e disincantato del proprio parlamento, veniva puntualmente rieletto, ricompensato con vantaggi politici ed economici. Un paradosso solo apparente. Un paradosso anche dei giorni nostri.
Anche oggi, come allora, questo scarto tra consapevolezza e responsabilità lascia poco spazio all’ottimismo. È qui che si manifesta la vera decadenza sociale: non nelle trasformazioni culturali o nelle identità non conformi, ma nell’abitudine collettiva a ridere delle diagnosi scomode mentre si continua a premiare chi le formula senza trarne alcuna conseguenza. Una decadenza silenziosa, ipocrita, che preferisce capri espiatori rassicuranti piuttosto che interrogarsi sulle proprie contraddizioni strutturali.
Noi europei, nati a cavallo del XX e XXI secolo – segnati dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e figli dell’Europa del progetto Erasmus – abbiamo studiato e vissuto in paesi diversi, intrecciato relazioni interculturali e sentimentali, e costruito famiglie transnazionali. Per questo credevamo che una nuova guerra sul continente fosse semplicemente impensabile. E invece una domanda che sembrava solo retorica è tornata improvvisamente centrale: se scoppiasse una guerra tra nazioni ormai amiche, da che parte starei io?

Il 24 febbraio 2022, però, si è consumata una trasformazione profonda: siamo tornati a una concezione novecentesca di nazione, nazionalità e identità. Un ritorno all’indietro che, come ha mostrato Federico Chabod, non è mai solo politico, ma sempre anche culturale e simbolico. Eppure, noi europei – pur sapendo di rischiare ancora una volta l’accusa di ingenuità, e pur temendo che Houellebecq possa avere ragione anche stavolta – non possiamo sottrarci a un lavoro più profondo. Un lavoro individuale e collettivo che assomiglia, in termini junghiani, a un processo di individuazione.
Dobbiamo tornare a quegli ideali che Roth e Zweig evocavano all’inizio del Novecento: un’Europa realmente unita, composta da sorelle e fratelli di ogni genere, origine ed etnia. Un´Europa plurale, irriducibile a un’identità unica e monolitica.
Pandemia e guerra, allora, chiedono un reset. Non un reset tecnico o geopolitico, ma esistenziale: la capacità di tornare a domandarci “chi sono?”, “come voglio vivere?”, “chi siamo?”, “come vogliamo vivere?”. Come suggeriva lo psicoanalista junghiano tedesco Wolfgang Giegerich, guardando alla storia e al mondo si potrebbe dire che “questo è ciò che è”: il mondo contiene già tutto ciò di cui ha bisogno, mentre la nostra ricerca incessante è spesso una fuga dal nostro stesso compimento.
Lo diceva con ironia anche lo scrittore yiddish Sholem Aleichem:
“Se le cose dovessero essere diverse da come sono, allora sarebbero diverse”.
Questo reset, però, non riguarda solo la politica. È anche – e forse soprattutto – psicologico. Me ne resi conto con particolare chiarezza nell’ottobre del 2023, mentre ero a letto con il Covid e l’attenzione dei media si spostava bruscamente dall’Ucraina al Medio Oriente, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la successiva controffensiva israeliana. In quei giorni mi tornarono alla mente le parole dello psicoanalista junghiano statunitense John Beebe: “Il tentativo di sopprimere il molteplice e di trarre la massima felicità da ciò che abbiamo è la stessa energia che vuole distruggere ciò che abbiamo con la guerra, come se fosse necessario ricominciare da zero, perché la felicità stessa diventa intollerabile”.
E poi dobbiamo affrontare il tema del male. Come sottolinea Jung nel Libro Rosso, questo riguarda la relazione che Dio e l’uomo hanno con la realtà. Jung, infatti, sostiene che il rifiuto di confrontarsi con certe realtà, o anche solo di immaginare che esse esistano, contribuisce potentemente alla nostra sofferenza non riconosciuta. Jung sostiene che “Dio soffre” a causa della riluttanza degli umani ad accettare la propria ombra. Così le persone convivono con un Dio sofferente e, in modo paradossale, “soffrono del male” o soccombono al suo influsso attraverso l’ipocrisia – cioè, negando che il male significhi davvero qualcosa per loro. Questa è l’ipocrisia del XXI secolo. Al contrario, chi riconosce di soffrire di male e per il male accetta la complessità del proprio rapporto con questo: amare e non amare il male, simultaneamente.
La psicoanalisi junghiana – anticipatrice del “doppio standard politico” – mette in luce la paura di guardare in profondità, per timore di scoprire un residuo amore per il male. Oltre la “banalità del male” arendtiana, essa rivela come il nostro tempo tenda sempre più verso una necessità ossessiva e insieme salvifica del male.

Così si evince che nell’era dell’ipocrisia gli umani amano il male, attratti dal piacere segreto che questo provoca in noi e dalla promessa di un’opportunità ignota.
Chi rimane inconsapevole di essere soggiogato dal male “prolunga la propria sofferenza” e resta prigioniero della sua forza dissolutrice – una forza che trae origine dall’inconsapevolezza stessa, frutto di un’esistenza apatica, del tranquillo fluire del tempo e dell’assenza di spiritualità.
Esiste, dunque, una soluzione al problema del male? Jung, nel Libro Rosso, suggerisce che quando permettiamo a Dio di avvicinarsi a noi, la forza umana diventa creativa solo se unita alla pienezza. Il male, invece, prevale quando “la forza si unisce al vuoto”, generando dissoluzione e distruzione. È proprio questo vuoto – e la nostra incapacità di colmarlo creativamente e spiritualmente, se non attraverso atti e parole inautentiche – a segnare profondamente la condizione umana dall’inizio del XXI secolo.
Possiamo, allora, sostituire il vuoto con la pienezza? Forse è questa l’unica vera via per evitare “un’altra catastrofe.”
