GENERAZIONI

Fragilità che parla

Giovani, riconoscimento e responsabilità collettiva nell’esperienza Unhate

C’è una parola che negli ultimi anni ha assunto una centralità quasi automatica quando si parla di adolescenti e giovani adulti: fragilità. È una parola che compare nei dibattiti pubblici, nei titoli dei giornali, nelle analisi sociologiche, nei discorsi educativi, alla quale viene sovente attribuita una connotazione negativa. Viene pronunciata con toni diversi, preoccupati, empatici, diagnostici e quasi sempre con una sottintesa certezza: quella di sapere cosa significhi.

Eppure, proprio questa apparente evidenza merita di essere interrogata. Fragilità rispetto a cosa? A quali parametri di normalità? A quali condizioni sociali? E soprattutto: è davvero un tratto generazionale, o è una categoria attraverso cui gli adulti leggono trasformazioni che li disorientano?

La ricerca promossa da Fondazione Unhate, in collaborazione con Fondazione Poetica, nasce dentro questa tensione. Non dall’urgenza di dimostrare che i giovani siano più fragili rispetto al passato, né dall’intenzione di negarlo, piuttosto dalla scelta di sospendere il giudizio e costruire uno spazio di ascolto che riconosca la fragilità come condizione strutturale della formazione identitaria.

Lo scopo della ricerca è dunque promuovere una modalità di ascolto che non anticipi la diagnosi e non traduca immediatamente il disagio in sintomo, che non riduca quindi l’esperienza a categoria clinica.

In un contesto culturale in cui la medicalizzazione delle difficoltà emotive è diventata frequente, se non addirittura necessaria e automatica, la postura adottata in questo caso è stata diversa: il tentativo è stato quello di mappare la fragilità senza trasformarla in etichetta, spostando l’attenzione dalla classificazione all’esperienza, dal deficit alla relazione, dalla patologia alla condizione.

La scelta metodologica ha rispecchiato questa impostazione ed è stata naturale emanazione del pensiero che ha preceduto e strutturato la ricerca. Il lavoro svolto è stato frutto della collaborazione di un team multidisciplinare, di una collaborazione tra psicologi, sociologi, pedagogisti che a vario titolo hanno dato vita all’impianto teorico. Le stesse differenze disciplinari interne al team di ricerca ha rappresentato un punto di forza, un’occasione per declinare concetti, potenzialità e criticità usando lenti diverse, lasciando però l’ultima parola alle ragazze e ai ragazzi coinvolti, al contempo testimoni e protagonisti del proprio tempo. Le giornate condivise con i giovani, il questionario qualitativo e le interviste a educatori, insegnanti e professionisti hanno costruito un dispositivo plurale, in un processo volto più a raccogliere narrazioni che semplici dati, attraversando realmente i contesti giovanili.

Fin dalle prime restituzioni è emerso un elemento decisivo: la fragilità raramente si presenta come tratto isolato del singolo e più spesso si configura come punto di attrito tra soggetti e sistemi. È nello scarto tra aspettative sociali e possibilità concrete, tra desiderio di partecipazione e barriere strutturali, tra linguaggi giovanili e codici istituzionali che la fatica prende forma.

In questo senso, la fragilità assume una dimensione relazionale. Non è semplicemente vulnerabilità individuale, ma indicatore di una tensione, ma anche un potenziale spazio generativo. Segnala che qualcosa nel rapporto tra generazioni, istituzioni e trasformazioni sociali richiede attenzione.
La domanda non diventa allora “che cosa non funziona nei giovani?”, ma “quali condizioni producono o amplificano la loro fatica?”.

Questa inversione di prospettiva è forse il cuore dell’intera esperienza.

Unfiltered, dare voce a una generazione

Un momento particolarmente significativo di questo percorso è stato rappresentato dalla giornata “Unfiltered – Voci Generazionali”, ospitata negli spazi di ScuolaZoo a Milano il 15 novembre 2025. Il laboratorio tematico dedicato a ragazzi e ragazze adolescenti non è stato pensato come semplice focus group, ma come spazio libero ed espressivo, un luogo di dialogo per le voci dei giovani coinvolti.

Le domande poste ai partecipanti, inerenti a contesti specifici come lo sport, la musica, la cultura e altre dimensioni relazionali e vissute, erano dirette e al tempo stesso aperte: quali criticità attraversano questi ambiti? Quali potenzialità esprimono? Chi dovrebbe assumersi la responsabilità delle trasformazioni necessarie?

Musica, sport e cultura non sono stati scelti per caso:sono i territori centrali nella costruzione identitaria contemporanea, luoghi dove si intrecciano riconoscimento simbolico, appartenenza sociale, esposizione pubblica. Sono ambiti in cui le tensioni tra generazioni diventano visibili.

Fin dall’inizio è apparso chiaro che per i giovani questi spazi non hanno un valore puramente ricreativo. È, ad esempio, attraverso la musica che molti trovano parole per raccontarsi ed è nello sport che sperimentano cooperazione, competizione, fallimento e successo. Nella cultura si cercano invece strumenti per comprendere il mondo e per situarsi al suo interno.

Nel confronto sulla musica contemporanea è emersa con forza una frattura intergenerazionale. Molti partecipanti hanno raccontato la percezione di essere giudicati attraverso ciò che ascoltano.
Il percepito emerso dai racconti è che la musica attuale venga talvolta descritta dagli adulti come povera di contenuto, dozzinale, diseducativa. Questa rappresentazione viene vissuta come una forma di delegittimazione simbolica che, in qualche modo, riflette gli stereotipi che accompagnano la narrazione sui giovani stessi.

Al contrario, la musica è uno spazio di narrazione emotiva profonda. Nei testi contemporanei ragazzi e ragazze riconoscono la fatica psicologica, la pressione alla performance, la precarietà delle relazioni, l’incertezza rispetto al futuro.

Dunque la musica diventa un linguaggio condiviso attraverso cui nominare esperienze altrimenti difficili da esprimere.

Una generazione consapevole

Le nuove generazioni comprendono perfettamente gli effetti della democratizzazione digitale, fenomeno che ha ampliato enormemente le possibilità di produzione e distribuzione musicale attraverso piattaforme globali. Ancora una volta, in un’ulteriore metafora dell’Oggi, le possibilità appaiono infinite. Tuttavia, questa apertura convive con nuove logiche di selezione, servendosi di algoritmi che orientano la visibilità. Un campo in cui la viralità diventa criterio di successo e la competizione per l’attenzione è costante.

I giovani mostrano una consapevolezza lucida di queste dinamiche. Non idealizzano il presente, ma ne riconoscono le ambivalenze. La fragilità, in questo contesto, si lega all’esposizione continua: essere visibili significa essere valutabili. L’identità si costruisce dentro spazi pubblici in cui il riconoscimento è immediato ma volatile. Questa tensione tra espressione e mercato, tra autenticità e visibilità, rappresenta uno dei nodi centrali emersi nel laboratorio.

Non è una condanna del digitale, ma una richiesta di strumenti critici per abitarlo. È qui che la fragilità smette di essere mancanza e diventa fatica dentro sistemi complessi. Se la musica ha messo in luce il tema del riconoscimento simbolico e della pressione alla visibilità, il confronto sullo sport ha aperto un altro versante della fragilità contemporanea: quello della performance e dell’accesso.

Per molti giovani presenti, lo sport non è stato descritto semplicemente come attività fisica o svago, ma è stato raccontato come uno dei primi contesti in cui si impara a stare dentro una struttura: regole condivise, ruoli definiti, tempi, obiettivi, gerarchie. È un ambiente che educa alla disciplina ma anche alla cooperazione, che obbliga al confronto con il limite personale e con l’altro. In questo senso, lo sport è stato riconosciuto come spazio formativo potente.

Eppure, proprio perché strutturato, lo sport rende visibile una tensione tipica della società contemporanea: quella tra inclusione e competizione.

Il dibattito tra i partecipanti non è stato superficiale né polarizzato in modo ideologico, atteggiamenti che sembrano riguardare maggiormente certi ambiti del mondo “adulto”. Alcuni hanno evidenziato come l’eccessiva enfasi sulla vittoria possa produrre esclusione precoce, pressione psicologica e una interiorizzazione dell’insuccesso. Quando il valore personale coincide con il risultato, chi non eccelle rischia di percepirsi come inadeguato. In questa prospettiva, la fragilità emerge come effetto di una cultura della performance che non ammette margini di errore.

Altri, tuttavia, hanno sottolineato che la competizione non può essere eliminata, perché è parte integrante della vita sociale. Università, mondo del lavoro, relazioni professionali: tutti questi ambiti implicano confronto e selezione. Lo sport, in questa lettura, rappresenta una palestra protetta in cui imparare a misurarsi con tali dinamiche. La competizione, se accompagnata da adulti competenti e da un contesto educativo equilibrato, può rafforzare resilienza e consapevolezza.

La differenza, quindi, non risiede nella presenza o assenza della competizione, ma nel modo in cui viene gestita. Quando la competizione è l’unico criterio di legittimazione, la fragilità si acuisce; quando è integrata in un percorso che valorizza l’impegno, il miglioramento e la collaborazione, può diventare esperienza generativa.

Tra richiesta di performance e possibilità reali: di cosa abbiamo bisogno?

Questa riflessione si inserisce in un quadro più ampio. Viviamo in una società che ha esteso la logica della performance a molteplici ambiti dell’esistenza. Non si compete solo nello sport, ma nella visibilità digitale, nel rendimento scolastico, nella costruzione del curriculum, nella costruzione dell’immagine personale. La pressione non è episodica ma, come la fragilità, è strutturale.

Accanto al tema della competizione è emerso con forza quello dell’accessibilità economica. Molti giovani hanno evidenziato come la pratica sportiva non sia realmente universale. Iscrizioni, attrezzature, trasporti, strutture: i costi possono diventare barriere significative. La fragilità in questo caso non riflette una mancanza di volontà, ma è specchio di concrete disuguaglianze nelle condizioni di partenza.

Questa osservazione sposta la riflessione su un piano diverso. Se la fragilità è anche il risultato di barriere materiali, allora la responsabilità non può ricadere esclusivamente sull’individuo. Diventa questione di politiche pubbliche, di investimenti territoriali, di modelli organizzativi. L’accesso allo sport – così come alla cultura – non è solo opportunità ricreativa, ma fattore di inclusione sociale.

Il terzo ambito affrontato nel laboratorio, la cultura, ha fatto emergere una tensione altrettanto significativa: quella tra valore riconosciuto e distanza percepita.

I giovani coinvolti non hanno messo in discussione l’importanza della cultura. Al contrario, l’hanno descritta come strumento di emancipazione, come spazio di sviluppo del pensiero critico, come condizione per una cittadinanza consapevole. Eppure, molti hanno raccontato la sensazione che determinati luoghi culturali non siano realmente pensati per loro.

Musei, teatri, biblioteche, festival sono percepiti come importanti, ma talvolta lontani. La distanza non è solo economica, ma anche simbolica e linguistica. I codici comunicativi, le modalità di proposta, l’immaginario associato a questi luoghi possono generare una percezione di estraneità. Non sentirsi “a proprio agio” in un ambiente culturale è una forma sottile ma incisiva di esclusione.

In questo caso, la fragilità non coincide con un basso gradi di interesse, ma con una mancanza di autorizzazione simbolica. Se la cultura viene implicitamente associata a un’élite o a una superiorità intellettuale, chi non si riconosce in quell’immagine può auto-escludersi, e in questo modo la barriera diventa interiorizzata.

Anche qui le proposte avanzate dai giovani sono state tutt’altro che superficiali. Hanno parlato di integrazione tra scuola e istituzioni culturali, di programmi accessibili economicamente, di valorizzazione dei linguaggi contemporanei, di apertura a forme espressive non tradizionali. 

Osservando insieme alcuni contesti vissuti dalle nuove generazioni emerge una trama comune. In ciascuno di questi ambiti la fragilità non appare come incapacità individuale, ma come effetto di una tensione tra desiderio di partecipazione e condizioni di accesso. 

I giovani non chiedono protezione paternalistica, ma riconoscimento e possibilità.

La fragilità come dimensione strutturale

Questo dato assume rilievo sociologico. Spesso la fragilità giovanile viene descritta come incapacità di reggere la complessità del presente. L’esperienza del laboratorio suggerisce un’altra lettura: la complessità viene compresa, ma non sempre è accompagnata da strumenti adeguati per abitarla. La fatica non nasce dall’ignoranza rispetto alle dinamiche, ma dall’intensità con cui esse agiscono.

Le interviste agli educatori coinvolti nella ricerca confermano questa prospettiva. Molti intervistati osservano che i giovani di oggi dispongono di una maggiore alfabetizzazione emotiva rispetto al passato: nominano l’ansia, riconoscono il disagio, cercano supporto. Allo stesso tempo, vivono dentro ambienti altamente esposti e competitivi. La vulnerabilità diventa visibile perché gli spazi di confronto si sono ampliati, ma anche perché le pressioni, reali o percepite, sono aumentate.

Tra normalità e patologia si colloca una vasta area di vulnerabilità ordinaria. È in questa zona che la qualità delle relazioni educative fa la differenza. Se ogni segnale di fatica viene immediatamente tradotto in anomalia, si rischia di irrigidire l’esperienza e se, invece, viene letto come indicatore relazionale, può diventare punto di partenza per un reale accompagnamento.

La fragilità non è dunque una componente identitaria, ma una condizione che può essere aggravata da ambienti che amplificano la competizione e la disuguaglianza; può essere al contrario trasformata da contesti che offrono riconoscimento e sostegno, diventando capacità di interrogarsi.

L’esperienza di Unhate mostra che quando si costruiscono spazi di parola autentici, la narrazione si fa articolata. I giovani non si limitano a denunciare criticità; riflettono sulle responsabilità condivise, avanzano proposte, mostrano consapevolezza delle dinamiche strutturali. 

Se si osservano nel loro insieme le narrazioni raccolte, ciò che emerge con maggiore chiarezza è che la fragilità non coincide con un deficit individuale, ma con una condizione relazionale che prende forma dentro assetti sociali specifici.

Non è un tratto essenziale di una generazione, ma l’esito di una configurazione culturale che espone precocemente, misura costantemente, seleziona rapidamente.

In questo senso, la fragilità può essere letta come indicatore critico. Non segnala semplicemente che “i giovani stanno male”, ma che alcune dinamiche collettive producono fatica diffusa. L’accelerazione dei ritmi di vita, la centralità della performance, la precarizzazione delle traiettorie formative e lavorative, la competizione per la visibilità: sono elementi che non riguardano esclusivamente le nuove generazioni, ma che su di esse agiscono con particolare intensità.

La ricerca dell’ Osservatorio permanente di Unhate Foundation ha permesso di rendere visibile questo intreccio. Le difficoltà emerse non appaiono come anomalie isolate, ma come risposte a contesti esigenti. Il ritiro può essere interpretato come tentativo di sottrazione a una pressione eccessiva; l’iper-esposizione digitale come ricerca di riconoscimento in ambienti che lo rendono immediato; la discontinuità motivazionale come effetto di percorsi percepiti come poco significativi. In ciascun caso, la fragilità è relazione tra soggetto e ambiente.

Questa lettura comporta uno spostamento importante. Se la fragilità è relazionale, la responsabilità non può essere esclusivamente individuale. Non si tratta di negare l’autonomia personale o di deresponsabilizzare, ma di riconoscere che le condizioni contano. Le istituzioni educative, culturali e sportive non sono semplici cornici neutre: contribuiscono a definire ciò che è possibile, riconosciuto, legittimato.

Le interviste agli educatori e ai professionisti coinvolti nella ricerca hanno evidenziato una consapevolezza crescente di questa complessità. Molti hanno sottolineato la necessità di spostare l’attenzione dall’intervento riparativo alla prevenzione relazionale, senza attendere che il disagio si cristallizzi, ma costruire ambienti in cui l’espressione della fatica sia legittima e accompagnata.

Il mondo adulto come guida

Ciò implica una trasformazione della postura adulta. L’adulto non come controllore o giudice, ma come presenza capace di ascolto e di orientamento, un interlocutore. 

Nel laboratorio su musica, sport e cultura è emerso chiaramente che i giovani non chiedono di essere lasciati soli né di essere protetti in modo paternalistico. Chiedono adulti competenti, capaci di leggere le trasformazioni in atto e di accompagnarli nell’attraversare la complessità. Chiedono istituzioni che non si limitino a proclamare attenzione alla fragilità, ma che intervengano sulle condizioni di accesso e di partecipazione.

Questo aspetto si è reso evidente nel valore attribuito al tempo: molti giovani hanno descritto la sensazione di dover anticipare costantemente il futuro, di dover “scegliere presto”, performare subito, costruire curriculum fin dall’adolescenza. La compressione temporale genera ansia e la fragilità si manifesta anche come fatica a immaginare traiettorie lineari in un contesto percepito come incerto.

Restituire tempo – tempo per sperimentare, per sbagliare, per cambiare direzione – diventa allora un atto educativo. Significa sottrarre la crescita alla logica esclusiva della produttività e riconoscere che l’identità non si costruisce per accumulo rapido di risultati, ma attraverso processi.

L’esperienza Unhate mostra che quando si offrono spazi in cui il tempo è sospeso dal giudizio immediato, la parola si fa più profonda. I giovani non si limitano a denunciare le criticità; riflettono sulle proprie responsabilità, riconoscono le ambivalenze dei contesti, individuano possibilità di trasformazione. La fragilità, in queste condizioni, non è paralizzante, ma generativa.

La mappatura della fragilità non ha prodotto un elenco di problemi, ma un atlante di tensioni. Ha mostrato che dietro la parola “fragile” si trovano soggetti competenti, capaci di analisi e desiderosi di partecipazione. Ha evidenziato che molte delle fatiche non derivano da incapacità di reggere la complessità, ma da contesti che richiedono continuamente di dimostrare valore.

In un tempo che oscilla tra allarmismo e banalizzazione, l’esperienza emersa dall’Osservatorio permanente di Unhate Foundation suggerisce una terza via: abitare la complessità. Accettare che la fragilità sia parte della condizione umana e, allo stesso tempo, assumersi la responsabilità di costruire ambienti più equi e riconoscitivi. Significa spostare la domanda da “come correggere i giovani?” a “come trasformare i contesti?”.

Le nuove generazioni chiedono di essere ascoltate, riconosciute, coinvolte. Chiedono che la loro voce non sia convocata solo in occasione di emergenze o di eventi simbolici, ma integrata nei processi decisionali che le riguardano.

Forse il senso più profondo di questa ricerca sta proprio qui: aver creato le condizioni perché la fragilità potesse parlare senza essere immediatamente tradotta in problema. Aver mostrato che, quando trova ascolto, la fragilità non divide, ma fornisce un’ occasione di confronto tra generazioni, stimoli per ripensare le istituzioni, impulsi a costruire una comunità più attenta alle proprie tensioni.

La fragilità che parla non è un grido di resa. È una domanda di relazione “senza filtri”. E nel momento in cui viene riconosciuta come tale, smette di essere soltanto una questione giovanile per diventare una responsabilità collettiva.

Immagine di Dario Pizzul

Dario Pizzul

Ricercatore in ambito sociologico, collabora con Fondazione Poetica. Ha conseguito il dottorato in Analysis of Social and Economic Processes presso l’Università di Milano Bicocca, con cui collabora tuttora. È docente a contratto presso l’Università di Pavia e l’Istituto Europeo di Design (IED). Visiting scholar presso l’University of Copenaghen, ha partecipato a diversi progetti di ricerca interdisciplinari in ambito accademico e non.