ECOSISTEMA

L’educazione come “Casa”

Cometa: luoghi vivi per crescere

Alle porte di Como, in una cascina ristrutturata che negli anni si è trasformata in un piccolo villaggio, esiste una realtà che sfugge alle categorie tradizionali di “scuola”, “comunità”, “servizio sociale” o “impresa sociale”.

Si chiama Cometa ed è nata quasi quarant’anni fa non da un progetto teorico, ma da un fatto: l’accoglienza di un bambino in affido.

Come racconta il sito ufficiale, Cometa è oggi un sistema articolato di famiglie, scuole, percorsi formativi, attività lavorative e servizi di sostegno, che ruota attorno a un’intuizione originaria: accogliere per educare. Una realtà che conta centinaia di lavoratori, migliaia di ragazzi coinvolti negli anni e una crescita avvenuta in modo organico, mai secondo un piano industriale predeterminato, ma come risposta progressiva ai bisogni incontrati.

All’origine c’è la scelta di Erasmo Innocente e di Maria Grazia – insieme ad altri familiari – di condividere la vita in una grande casa per accompagnare un bambino gravemente malato accolto in affido. Da quell’esperienza domestica, concreta, quotidiana, si è generato nel tempo un ecosistema educativo che oggi comprende:

  • comunità familiari e affidi,
  • un centro diurno che accoglie oltre 140 bambini e ragazzi,
  • una scuola articolata (liceo e formazione professionale),
  • percorsi dedicati ai giovani con background migratorio,
  • attività lavorative per persone con disabilità,
  • servizi psicopedagogici e di sostegno alla famiglia.

La cifra distintiva, però, resta una: la casa. Non come metafora, ma come principio organizzativo. La scuola è costruita accanto alle abitazioni delle famiglie; il pranzo è condiviso; il sabato sera i ragazzi tornano volontariamente a scuola per stare insieme. È un luogo istituzionale che tenta di non irrigidirsi in istituzione.

Abbiamo incontrato uno dei responsabili di questa esperienza, l’attuale preside Giovanni Figini, per comprenderne meglio la genesi e l’attualità.

«Cometa è nata da un sì»

Per chi non conoscesse Cometa, puoi raccontare cos’è oggi e quali percorsi propone a Como?

Cometa nasce quasi quarant’anni fa da una storia personale. Mio padre, mio zio e le nostre famiglie decisero di cercare una casa grande dove vivere insieme dopo l’affido di un bambino gravemente malato. Attorno a quell’accoglienza cambiò tutto: il modo di vivere, le relazioni, le priorità.

Trasferitisi in una cascina alle porte di Como, le famiglie iniziarono ad accogliere altri bambini. Un sì dopo l’altro. Con il tempo, altre famiglie si avvicinarono desiderando condividere quella vita semplice ma intensa. Ognuno con la propria casa, ma con pranzi, cene e vacanze condivise.

Da questa esperienza domestica nacque l’associazione, anche per sostenere la complessità degli affidi nel rapporto con servizi sociali, terapeuti e istituzioni.

Nel 2000 arrivò una richiesta nuova: accogliere durante il giorno un bambino con una storia particolarmente complicata, un ospite che nessuno voleva. Da lì nacque il centro diurno. Oggi accogliamo più di 140 bambini tra elementari e medie: li andiamo a prendere a scuola, pranzano con noi, studiano insieme agli educatori, partecipano a laboratori. Lavoriamo anche con le famiglie, molte delle quali straniere e spesso in situazioni di deprivazione e fragilità.

Dall’esperienza del diurno nacque poi la scuola. Alcuni ragazzi, crescendo, avevano abbandonato le superiori ma continuavano a venire da noi. Una preside ci chiese aiuto per farli rientrare, così iniziammo un’esperienza di “homeschooling” informale: senza voti, senza programmi, solo il gusto di conoscere e condividere. Molti giovani  rientrarono poi nel sistema scolastico, altri furono accompagnati al lavoro.

Da lì maturò l’idea di fondare una scuola, con l’aiuto di una dirigente che lasciò la carriera statale per iniziare con noi. All’inizio raccoglievamo i ragazzi che nessuno voleva. La scuola è cresciuta fino a includere il Liceo Artistico – Imprenditoriale artigianale del Design, percorsi di formazione professionale e svariate offerte formative per studenti con background migratorio.

Parallelamente sono nate opportunità di lavoro per persone con disabilità: oggi circa trenta persone lavorano a tempo indeterminato nei nostri bistrot e nei punti vendita, anche in collaborazione con grandi marchi. Abbiamo creato percorsi formativi per giovani adulti con disabilità e servizi come il Melograno (per l’età evolutiva), lo Spazio Famiglia e attività sportive.

Cometa non è mai cresciuta secondo un piano rigido, seguendo logiche stabilite a tavolino. Ogni sviluppo è nato dall’incontro con un bisogno concreto e dal tentativo di rispondervi insieme ad altri che dicevano: “ci sto”.

 Fragilità adolescenti: cosa è cambiato?

Lavorando con i giovani ogni giorno, quali fragilità inedite riconosci nella generazione attuale, rispetto a quelle precedenti?

In realtà mi rivedo molto in loro. Le domande, le paure, le angosce sono le stesse che avevo io: la paura di non essere abbastanza, di essere rifiutati, della morte, del fallimento.

La differenza che vedo è una maggiore confusione e una distanza progressiva da sé. Faticano di più ad ascoltare ciò che accade loro interiormente, a riconoscere le emozioni mentre le vivono.

Ma la questione decisiva non è tanto questa. La differenza la fa chi incontri. Che proposta ti viene fatta? Che adulti trovi?

Per questo per noi è centrale “accogliere per educare”. Accogliere significa incontrarli davvero, mettersi in gioco insieme a loro. Il mio e il nostro lavoro non è dare risposte, ma restituire le loro domande in modo più maturo, aprendo uno spazio di ricerca più ampio.

La postura adulta: ascolto e coinvolgimento

Quale dovrebbe essere la postura del mondo adulto per essere davvero dalla parte dei giovani?

Spesso la categoria dell’ascolto è inflazionata. Non basta dare spazio alla parola: l’ascolto vero è quello di chi si interroga mentre ascolta, di chi si coinvolge nelle storie dei giovani in maniera concreta.

Incontrare un ragazzo che ha sbagliato, che ha rubato, che è stato violento, che ha mollato tutto, e chiedergli perché, come si sente, senza avere già pronta la diagnosi o la soluzione. L’adulto spesso si sente o il medico che deve curare o il problema stesso.

Gli adulti che mi hanno fatto crescere non mi hanno dato risposte preconfezionate. Sono stati con me, hanno dato giudizi, corretto errori, ma lasciando a me il lavoro di capire.

L’altra questione è la credibilità. Gli adulti spesso parlano molto ma si coinvolgono poco. Noi abbiamo proposto ai ragazzi di dedicare tempo al volontariato nel tempo libero. Pensavamo fosse difficile coinvolgerli; invece il problema è stato trovare adulti disponibili ad accompagnarli.

Siamo partiti con una trentina di studenti; oggi sono circa duecento su quattrocento giovani coinvolti in totale. Il lunedì sera assistono persone con disabilità; il sabato e la domenica fanno volontariato con bambini, in comunità terapeutiche, in una casa confiscata alla mafia nell’area del comasco, aiutano nei doposcuola per stranieri, danno lezioni di nuoto ai giovani disabili.

Ho visto ragazzi con procedimenti penali aperti assistere con delicatezza persone disabili in piscina. Lì emerge qualcosa di autentico che altrimenti resterebbe nascosto.

Il mondo fa paura. Il proprio buio fa paura. L’anestesia declinata in tutte le sue forme – social, droga, violenza – è sempre a portata di mano. Ma se un ragazzo incontra adulti che vivono con lui, che credono in qualcosa e si mettono in gioco, accade qualcosa.

Il sabato sera da noi ci sono cinquanta, sessanta, settanta ragazzi che tornano a scuola per mangiare insieme, vedere un film, cantare. Non è la nostalgia dell’oratorio: è il bisogno di luoghi vissuti da uomini e donne che abbiano un’ipotesi di senso sulla vita.

I ragazzi non hanno bisogno di qualcuno che dica loro cosa fare. Hanno bisogno di qualcuno con cui vivere.

Un modello organico, non ideologico

Osservata da fuori, Cometa potrebbe essere letta come un “modello”. Ma dall’interno non si percepisce così. La crescita non è stata pianificata: è avvenuta per addizione di responsabilità, per fedeltà ai bisogni incontrati.

Oggi attorno a questa realtà gravitano migliaia di persone e lavorano stabilmente oltre 250 operatori. L’espansione più significativa è avvenuta dopo il 2003, con la nascita della scuola.

Eppure il principio resta quello originario: la casa come forma educativa. Una casa che non elimina il conflitto, non protegge dalla fatica, ma offre uno spazio relazionale stabile dentro cui la fragilità può essere attraversata.

In un tempo in cui la scuola rischia di ridursi a dispositivo valutativo e l’adulto a funzione tecnica, l’esperienza di Cometa suggerisce che l’educazione resta, prima di tutto, un fatto umano, un luogo vivo che si possa chiamare “Casa”.

Immagine di Giacomo Checchin

Giacomo Checchin

Ricercatore dottorando in Sociologia, collabora col Centro di Ricerca ARC (Centre for the Anthropology of Religion and Generative Studies) dell'Università Cattolica. È educatore abilitato e redattore dei Quaderni Genialis di Fondazione Poetica. Si occupa di temi legati alla performance e alla mediazione digitale nel mondo giovanile. Con Fondazione Poetica opera nel quadro di percorsi di ricerca secondo il modello ricerca-formazione-azione.