«Far uscire i ragazzi dal loro stato di umiliazione e di minorità e incoraggiarli verso “cose grandi, nuove, future”, a mostrare i loro volti, a fare sentire la loro voce, a non essere clandestini; ad avvertire che il loro tempo è ora, non domani; che hanno il futuro nel sangue e il privilegio di dare del tu al tempo».
Walter Benjamin
Un anno fa nasceva Fondazione Poetica.
In un anno abbiamo avuto la percezione sempre più esatta di come “la scomparsa dei giovani” raccontata da Alessandro Rosina nel Trend di gennaio, sia una realtà che non riguarda i giovani come mondo a parte, ma la relazione tra le generazioni e l’intero tessuto sociale nella sua capacità di aprire spazi in cui la vita possa crescere.
In gioco c’è la porosità dei confini generazionali, la possibilità che ci sia attraversamento e scambio, senza negare le specificità e le differenze, ma permettendo ai contesti in cui le generazioni si incontrano di ospitare gesti in cui ricomporre la pluralità ed educarsi vicendevolmente.
La riduzione numerica dei giovani (combinato di scarsa natalità ed emigrazione/fuga) come vertice della questione demografica nella sua complessità, non sta incrementando un sentimento della giovinezza che porti a prendersi cura dei piccoli e di chi li mette al mondo, formare e coltivare intelligenza e spirito, costruire contesti che permettano un inserimento efficace e attivo nella società, ma, paradossalmente, sta accrescendo l’inospitalità di un contesto sempre più fragilizzante.

L’epidemia di disagio adolescenziale, ad esempio, lungi dall’essere una questione (esclusivamente) generazionale, è l’emersione più plastica di come la società si sia fatta sempre più invivibile, segnata da logiche, aspettative, prassi, sistemi, che cozzano con i bisogni fase specifici, ma, dovremmo dire, con le possibilità generali di poter avere una vita buona oltre il dominio del consumo.
Parafrasando il celebre titolo di Benjamin, siamo nell’epoca della riproducibilità tecnica della relazione: l’alterità e la struttura relazionale del vivente (e dei rapporti intergenerazionali) vengono replicati prepotentemente dal sistema tecnico che ridefinisce la mediazione e la forma dell’incontro con se stessi, con gli altri, con la realtà. Il soggetto percepisce e pensa se stesso attraverso lo specchio della macchina, fonte identitaria e luogo di consapevolezza di sé; l’alterità del vivente è sostituita dall’alterità compiacente dell’apparato tecnico che funge da confidente, trainer, partner. L’esperienza del reale, mediata dal corpo, dalla sensibilità, viene replicata e sostituita da un’esperienza virtuale che ha il pregio dell’illimitatezza e dell’immediatezza, della reversibilità, dell’annullamento della fatica. Cambia il modo di conoscere e apprendere, si accelera ogni processo di acquisizione e trasformazione del sapere, viene rimosso il limite e la morte, il cui senso e mistero era custodito nell’eredità consegnata nei processi di trasmissione intergenerazionale. Si modificano le forme del lavoro, dell’orientamento e attenzione del/nel mondo; la sperimentazione attiva e corporea viene replicata e sostituita; lo spirito e il senso nichilisticamente negati.
È in questo contesto che occorre rileggere il rapporto tra le generazioni come esercizio di relazione, non virtuale, ma concreto e vivente. Un prendersi cura, reciproco, delle possibilità dell’altro che permette co-apprendimento e co-individuazione.
“Il legame tra le generazioni si configura quindi principalmente come rapporto educativo (per Stiegler «è l’educazione che fa le generazioni» più che il contrario) ovvero come rapporto di cura dei legami: con la tradizione, con la comunità, col mondo. […] È attraverso l’educazione e i processi di identificazione che l’attenzione si forma e si coltiva: per questo le relazioni intergenerazionali sono l’ambito primario in cui si elabora il saper vivere. E senza attenzione, lo abbiamo visto, non c’è cura, non c’è possibilità di affezione e impegno verso la realtà, e vengono meno le condizioni del processo di individuazione e co-individuazione. Di libertà nella interindipendenza.”

Tra i passi compiuti nella riflessione di Poetica nel ripensamento concreto del legame tra le generazioni, tre mi paiono particolarmente significativi. Il primo riguarda il tentativo di comprendere, al di là di ogni presunzione, il mondo giovanile. Ne parlerà diffusamente Dario Pizzul nel suo contributo, ma ritengo importante sottolineare, in partenza, approccio e intenzionalità che ne deriva. Un secondo passo riguarda un approfondimento del significato di intergenerazionalità per come Poetica la vuole intendere e declinare, anche prendendo distanza da alcune visioni distorte. Un terzo, infine, riguardo il possibile e rinnovato incontro in gesti e contesti istituenti la vita delle generazioni. Gesti e contesti generativi e capaci di accompagnare la fioritura umana.
- i giovani, loro
È il promemoria più sincero che esista: la giovinezza non è una qualità, ma una stagione.
E come tutte le stagioni, finisce. Perchè, dopotutto, ciò che distingue un fiore vero da uno dai tessuti sintetici, anche se più lucido, più perfetto, è proprio la sua fragilità, quella certezza che finirà, che non sarà così per sempre. I fiori veri appassiscono, sì, ma solo perché hanno vissuto.
Sabrina Efionayi, I miei vent’anni
Risemantizzare la fragilità: questo il punto centrale della lettura che il report scritto e prodotto per e con Unhate Foundation ha fatto emergere.
Le narrative e gli immaginari di una generazione fragile, difficile, spaesata, “malata”, trovano in questa conversione di significato una curvatura non più solo negativa, fragilizzante, ma anche propositiva. È il nuovo che si schiude e che ancora fatichiamo a riconoscere.
Il rischio di una lettura compiacente esiste ed è per questo così essenziale puntualizzare: non si nega la quota crescente e allarmante di disagio e sofferenza presente nei più giovani, ma si intravede all’interno di essa, uno spazio di possibilità, di alterità, che gli adulti devono accogliere, vedere, curare.
Se la realtà è caotica, attraversata dal radicalizzarsi di conflittualità crescenti, di processi in cui si annidano rischi incalcolabili e spesso solo istintivamente percepiti; se sul piano individuale le richieste di performare, di dover essere, sembrano annichilire il cammino individuativo di ciascuno (ponendo in questione il rapporto tra soggettivazione e assoggettamento); se il tempo futuro si connota di tinte buie, il desiderio si spegne, prevale un’iperpresentificazione dell’esserci; allora è facilmente comprensibile l’idea di una risposta traumatica che, non esclusivamente nel mondo adolescenziale, assume le forme dell’eccesso (iperattivazione e/o fuga) e della resa (ritiro, immobilismo). Due reazioni, eccesso e resa, che somigliano a estremi che si toccano di un’unica fenomenologia traumatica.
Sono loro, gli adolescenti sempre più precoci e vulnerabili del nostro tempo, a rendere manifesta la crisi che accompagna la supersocietà, una crisi spirituale che è rivelata dal sismografo giovanile con una chiarezza che solo un atteggiamento ottusamente ideologico può negare.
Loro la rivelano, l’intera società ne è attraversata e agisce e reagisce medicalizzando i comportamenti, continuando ad accelerare in modo acefalo i processi di innovazione e trasformazione tecnica, segregando i più giovani in contesti virtualizzati, apparentemente protetti, concretamente anestetizzanti e esposti alle influenze pervasive di sistemi di produzione/consumo che schiacciano il “propriamente umano”.
Loro, sempre loro, che sono una generazione senza assoluti. Che hanno fatto della mediazione e dell’equilibrio (spesso non trovandoli) un modus vivendi; uno stare sulla soglia senza slanci (desiderio) evitando così cadute rovinose ed eccessi di responsabilità.
Non una generazione in lotta per liberarsi di una tradizione totalizzante, con lo spaesamento di ritrovarsi nel vuoto e la necessità di estremizzare e ideologizzare tutto, ma una coabitazione con il vuoto che si è fatta inerzia. Un’assenza già riempita e ovattata per qualcuno (con qualche idolo o distrazione consumerista), un baratro per qualcun altro che non riesce a tollerare il peso dell’azzeramento del senso e la schizofrenia del tutto è possibile. Infine, per pochi che attraversano l’arrampicata con qualche appiglio, è la possibilità di ricostruire trame di senso leggere, ecumeniche, sincretiche: cercare nel proprio vivere uno spazio equilibrato per coltivare l’autorealizzazione solidale come l’ha chiamata Romano Madera.
Accogliere la propria fragilità; non temere il vuoto, la mancanza; dare un nome al buio. Cercare, al di là di sè, uno spazio di attraversamento condiviso dell’esistere.
In questo, loro, ci sono educatori, meritano di essere accompagnati.
2. Risignificare l’intergenerazionalità
…resterebbe da chiedersi perché i protagonisti di epoche apparentemente più vivaci di quella attuale (cioè i nonni e i padri dei giovani d’oggi) avrebbero così miseramente fallito nel passaggio di testimone: un testimone caduto di mano o consegnato senza troppa convinzione, con una scarsa fiducia, comunque, che l’altro sia all’altezza del compito. Una simile percezione delle cose contrassegna in particolare la generazione di mezzo, quella degli adulti i quali, dopo l’era della contestazione, hanno forse parzialmente recuperato il legame emotivo con i propri padri ma mostrano un’evidente resistenza nell’accettare di essere loro, ora, il tramite, il ponte che deve collegare la generazione dei propri figli a quelle precedenti, alla storia.
Francesco Stoppa, La restituzione
Nel paragrafo precedente ho sottolineato il loro, non semplicemente per dare enfasi alla differenza generazionale, che è fondamentale riconoscere e comprendere, ma per far emergere la tendenza a distanziare le grandi questioni delle nuove generazioni considerandole “mondi a parte”. In questa cornice l’intergenerazionalità potrebbe essere definita come un’alleanza, un accordo tra gruppi chiusi con finalità di controllo sociale o di funzionamento.
Nel contesto in cui, come si è detto, i rapporti tra le generazioni sembrano segnati da distanza, misconoscimento, incomunicabilità, questa prospettiva di ordine funzionalista (ripresa anche da molte formulazioni più o meno contrattualistiche – patto, accordo, contratto tra le generazioni…) appare la più veloce scorciatoia per evitare di fare i conti con l’elemento perturbante dei salti generazionali. Convivere e abitare un mondo comune essendo ad un tempo radicalmente interrelati e insieme inassimilabili quanto a sguardi, immaginari, codici.
In questa condizione di paradosso è possibile risignificare l’intergenerazionalità.
Essa infatti riguarda profondamente la relazionalità con cui la vita si dà, si trasmette, cresce. Riguarda cioè il recupero del grande rimosso del nostro tempo ossia l’alterità, il tu, l’aldilà di me che mi ri-guarda e mi implica. Di più, il tu a cui sono legato nello sforzo di generare vita e così realizzare la mia libertà. Un tu che è “effetto senza causa” (con riferimento al pensiero di Sequeri), ossia che nasce nella relazione e immediatamente la eccede facendosi unicità.
Il legame tra le generazioni come espressione del due, corre sempre il rischio dell’uno, dell’appiattimento sull’identità, come protezione di sè, stereotipizzazione e assimilazione dell’alterità nel proprio orizzonte ideale e interpretativo.
Questo accade in molti e vari modi, diversi da quelli del passato quando dominavano dinamiche di continuità e riproduzione o di conflittualità e trasgressione. Oggi assistiamo a dinamiche più sottili di sterilizzazione della differenza intergenerazionale: i meccanismi di riproduzione si fanno più gentili, il giovane è introdotto senza urti nei sistemi sociali camuffando, dentro le procedure, la replica che le generazioni più adulte fanno di se stesse, addestrando, sorvegliando, ma soprattutto promettendo un “futuro felice” con la seduzione del successo e della ricchezza. “Andrà tutto bene”. Il giovane è così nascostamente ricondotto all’adulto, che replica se stesso, i suoi valori ed annacqua la novità.
Altra tendenza molto in voga è il “giovanilismo”: tutti e sempre giovani, per necessità di mercato e per narcisismo dell’Io. La giovinezza come una categoria commerciale: essere giovani significa consumare da giovani, avere modi di vita da giovani. Questo schiacciamento della differenza simbolica esita in un doppio effetto: da un lato il giovane fatica a differenziarsi e costruire un’immagine di sé che si discosti da quella di chi lo ha preceduto; dall’altro l’adulto abdica e si sottrae alla propria responsabilità di consegnare, tramite testimonianza e trasmissione, una possibilità di realizzazione che implichi la scelta. Tutto è sempre possibile, nulla esiste.
C’è infine anche l’assunzione acritica delle istanze dei giovani, come se fossero in sé buone e giuste in quanto nuove (il mito del cambiamento e della novità): disperdere l’esperienza del conflitto generativo è un’altra faccia del pervertirsi dei rapporti intergenerazionali.
Tra questi estremi c’è lo spazio, sempre da re-istituire, dell’incontro.
Nella difficoltà del riconoscimento, nell’accettazione della differenza e nella promozione di questa, si dà l’eccedenza della relazione, che è il segreto della vita che si vivifica. Perché questo possa accadere, è necessaria la mediazione delle organizzazioni e la sperimentazione di contesti ed esperienze dove l’operosità non solo del fare, ma anche del pensare, del credere, del progettare rendano possibili prossimità, affezione, conflitto, riconoscimento, affiliazione.
3. Gesti e contesti istituenti
“Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti,
mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.”
Umberto Eco
La speranza è una figura antagonista dell’angoscia, una disposizione emotiva contrapposta all’angoscia nella misura in cui essa non isola, ma genera legame e crea uno spazio sociale.
Byung-chul Han, Contro la società dell’angoscia
Il terzo passo che propongo riguarda la concretezza (dal lat. con-crescere, “crescere insieme”) che orienta la possibile trasmissione della vita tra le generazioni. Quelli che chiamiamo gesti istituenti sono dinamiche, danze di relazione che implicano necessariamente l’altro e lo chiamano in causa. Sono i gesti nei quali si traduce la vita istituendo la rete di rapporti che ci dà vita.
In un tempo bellicoso e in cui la logica del dominio e della sovranità recrudescente si riaffermano, il legame concreto tra le generazioni è una delle forme di convivenza da praticare per scopi che vanno ben oltre ogni funzionalismo.
Si può prendere ad esempio il lavoro: sempre più forte è l’esigenza di comprendere e gestire ciò che i più giovani chiedono, il senso che danno e cercano nell’esperienza lavorativa, le competenze e conoscenze che portano e immettono nella vita delle organizzazioni. Tutto questo non potrà essere risolto se l’unico obiettivo rimarrà un efficientamento dei processi e un mantenimento dell’ordine normativo delle organizzazioni. Sempre più diffuse sono infatti ricerche e prese di posizione che sottolineano tanto l’incapacità dei contesti di adattarsi al nuovo autorizzando e aprendo spazi di contribuzione (anche “lasciando andare”) quanto la scarsa disponibilità dei nuovi a cercare mediazioni, attivandosi e osando (“mettendo al mondo”).
C’è un bisogno di ricomposizione che va letto come valore culturale e orientamento di senso da tradurre nelle forme del vivere quotidiano.
I gesti istituenti sono dunque con-testi, cioè spazi-tempi nei quali le generazioni sono co-presenti, abitano il tempo come biografie corporee, condividono interessi e attenzioni, riconoscono e interpretano la trama della vita sociale e culturale come storia di relazioni, di altri, che transitano nel qui ed ora dell’incontro.
I gesti sono semplici e complessi insieme: abitare, prendersi cura, educare, trasmettere, cooperare, lavorare, pregare, apprendere, governare, creare… e molti altri che chiedono, per accadere, di creare tempi ospitali, luoghi affettivi, simboli e linguaggi espressivi da concertare, riti da praticare. Una produzione poetica di senso che nasce dal con-vivere e dal co-educarsi.
Contesti che traducono un principio dell’intelligenza naturale valido oggi più che mai: in tempi incerti e con risorse – anche umane, generazionali – che scarseggiano, è molto più sensato collaborare che competere. Il tempo in cui siamo chiede di tradurre questo principio in intelligenza relazionale diffusa, apprendimenti intergenerazionali e, riprendendo Luca Baraldi, “difesa del diritto alla lentezza, del valore della complessità, della necessità strategica della riflessione critica”, anche per affrontare la trasformazione profonda e generalizzata portata dall’AI.
Sono i gesti che permettono di entrare nella vita in relazioni contemporaneamente di continuità e discontinuità tra le generazioni. Contesti che oggi chiedono di essere ripensati, nelle loro forme sociali e organizzate (case in cui abitare ed essere abitati, scuole e università in cui co-apprendere e co-educare, organizzazioni in cui risignificare il lavoro, …) perchè siano oggi risposta a quelle urgenze sociali da cui siamo partiti. Su questo occorre lavorare, insieme, in direzione ostinatamente neghentropica: ricomponendo la frammentazione, promuovendo la diversità e la pluralità, permettendo di continuare a nascere.
