LABORATORIO MANAGMENT GENERATIVO

L’inquietudine come risorsa: giovani e intelligenza artificiale

Il contributo di Miguel Benasayag

Il 27 novembre 2025, a Palazzo Edison, Miguel Benasayag ha tenuto una relazione dal titolo “Intelligenza artificiale e umano vivente: quale ibridazione? 

Come presupposto dal titolo stesso, un punto dirimente del suo pensiero è emerso con chiarezza: la critica dei fenomeni sociali non coincide con la negazione o con il rifiuto dei processi in atto, ma con un tentativo di comprenderne funzionamento e conseguenze, soprattutto quando strumenti e dispositivi entrano nel quotidiano e rischiano di prenderne il predominio.

Argentino di origine, Benasayag vive a Parigi da decenni, dopo la liberazione seguita a quattro anni di carcere per la sua militanza nell’Esercito Rivoluzionario del Popolo durante la stagione della guerriglia guevarista. Da anni lavora su uno scarto decisivo: quello tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. Uno scarto che non è soltanto tecnico, ma politico. L’umano non è solo calcolo o prestazione cognitiva: è corpo, desiderio, esperienza situata, relazione, fallibilità. L’AI può produrre risposte eccellenti, ma non vive la domanda. Non sente fatica, non conosce vergogna, non prova inquietudine, non abita contraddizioni.

È a questo punto che il filosofo ci pone davanti a una domanda scomoda e, proprio per questo, utile: che cosa resta del vivente quando l’intelligenza diventa uno strumento delegabile? E soprattutto: che cosa non possiamo permetterci di svendere mentre impariamo – volenti o nolenti – a ibridarci con macchine sempre più capaci?

Tenendo insieme discipline ed esperienze diverse – tra biologia, psicoanalisi, scienze umane e lavoro clinico – Benasayag ha cercato di leggere le caratteristiche della società contemporanea a partire dall’esperienza del singolo, evitando toni allarmistici ma senza essere timido nel segnalare tendenze che possono risultare nocive, in particolare per le componenti più fragili e vulnerabili, con un’attenzione costante verso i più giovani. Lavorando a lungo in cliniche pedopsichiatriche, ha potuto osservare fenomeni di ansia, tristezza, solitudine e ritiro, interpretandoli non come “difetti individuali” da correggere in fretta, ma come segnali di una trasformazione più ampia che riguarda il sociale. Da questa prospettiva è nato uno dei testi più noti, L’epoca delle passioni tristi, scritto con Gérard Schmit nel 2002.

Come studiosa dei giovani, ho considerato questo testo quasi un manifesto generazionale, perché interpreta il disagio giovanile come una spia, affidandogli un valore euristico: spesso non indica il malfunzionamento della persona, quanto quello del mondo che la circonda. In questa prospettiva, parlare di giovani non significa parlare soltanto di una fascia d’età: significa parlare di un punto sensibile della società. Se vogliamo capire dove sta andando una comunità, è indicativo osservare che cosa rende facile o difficile crescere dentro quella comunità.

Gli adolescenti funzionano come una cartina di tornasole: assorbono pressioni, amplificano contraddizioni, rendono visibili gli effetti collaterali di un modello sociale prima ancora che la società adulta trovi parole condivise per nominarli. Il disagio, allora, va letto come spia collettiva e non come errore individuale: ci avverte che il problema non è solo “nel singolo”, ma nella rete di condizioni culturali, educative, economiche e relazionali che rende quel singolo più esposto, più fragile, più solo.

Questa lettura è preziosa perché ci salva da due scorciatoie opposte ma gemelle. La prima è lo psicologismo: ridurre tutto a emozioni individuali, come se i ragazzi fossero contenitori pieni di ansia da svuotare per renderli di nuovo funzionali. La seconda è la retorica: parlare di “generazioni perdute” o di “ragazzi senza valori” e perdere il vincolo con il reale, cioè con l’intreccio concreto di vincoli, limiti, capacità e possibilità che struttura la loro esperienza.

Qui si innesta un dibattito classico delle scienze umane: il rapporto tra strutture e agency. Le strutture sono ciò che organizza e limita le possibilità: famiglia, scuola, servizi, mercato del lavoro, disuguaglianze, territorio. L’agency è la capacità di agire: scegliere, reagire, sperimentare strategie, costruire senso. La sociologia dei giovani è attraversata fin dai suoi inizi da questa tensione: alcune correnti hanno privilegiato lo studio dei vincoli, altre hanno dato più spazio alle risposte individuali o generazionali (ne sono un esempio gli studi del Center for Contemporary Cultural Studies – CCCS – di Birmingham, le cui analisi si sono concentrate su stili e comportamenti adottati dai giovani nell’Inghilterra della seconda metà del XX secolo, elaborando il concetto di subcultura: skinhead, punk, mod e altri).

La tensione tra agency e strutture non è, a mio avviso, né risolvibile né “risolutiva”; è più utile formulare piste teoriche come quella della bounded agency proposta dalla sociologa Karen Evans: un’agency strutturata che prende forma dentro vincoli concreti. Non libertà assoluta e non determinismo: un po’ come nella musica jazz — per usare la metafora proposta da Davide Sparti — dove si improvvisa, ma su una base strutturata.

Per capire la giovinezza oggi occorre quindi guardare alle problematiche del singolo e, insieme, all’ambiente di crescita: non un “periodo difficile”, ma un contesto di policrisi, nella formulazione di Edgar Morin, cioè un intreccio di crisi che si alimentano a vicenda: economica e del lavoro, climatica, sanitaria e relazionale nel post-pandemia, geopolitica, con il ritorno della guerra e della minaccia nucleare in Europa. Per i giovani tutto questo si traduce spesso in un’incertezza molto concreta sul futuro e sul senso. Un’incertezza che corrode non perché i giovani sarebbero più “deboli”, ma perché crescere richiede un orizzonte condiviso: se questo si fa sempre più sfumato, orientarsi diventa più faticoso e diseguale.

Due strumenti concettuali – presi in prestito dalla sociologia dei giovani – ci aiutano a comprendere questa condizione: le transizioni e le generazioni. Fino agli anni Novanta la transizione alla vita adulta veniva raccontata come un percorso relativamente ordinato, segnato da tappe: finire gli studi, entrare nel lavoro, uscire di casa, formare una famiglia. Successivamente, le transizioni sono diventate sempre più “fai-da-te”: le tappe si frammentano, si invertono, si ripetono. Si torna a studiare dopo un lavoro, si torna a vivere con i genitori, si entra ed esce da percorsi formativi e occupazionali.

Questo scenario riflette il processo di individualizzazione (ampiamente esposto dal sociologo Ulrich Beck): biografie meno ancorate alle istituzioni e più affidate alla responsabilità personale. Se da una parte questo può significare più libertà e più possibilità di costruire strade personali, dall’altra significa anche che aumenta il peso della responsabilità individuale. E quando la responsabilità aumenta, non tutti partono dallo stesso punto. Chi ha più risorse familiari, culturali ed economiche, e reti di sostegno, può permettersi deviazioni, esperimenti, errori. Chi ha meno vive ogni passaggio come più rischioso. Se parliamo di transizioni, parliamo anche di disuguaglianze: non “il talento” o “la motivazione” in astratto, ma le condizioni concrete che rendono praticabile una scelta.

Per “generazione”, invece, non si intende solo un’etichetta (“Gen Z”, “Alpha”), ma la collocazione di una coorte d’età in uno specifico momento storico (concezione proposta dal filosofo ungherese Karl Mannheim, mutuando il concetto di generazione da quello di classe in senso marxista): crescere oggi significa crescere in questo specifico tempo sociale, con queste crisi e queste tecnologie. In Italia, questa collocazione è ulteriormente segnata da uno squilibrio demografico: pochi giovani rispetto agli adulti e agli anziani, come ricorda il demografo Rosina, ospite di uno dei Trend di Fondazione Poetica.

Da questa situazione nasce un paradosso: i giovani portano sulle spalle conseguenze di lungo periodo (economiche, ambientali, sociali), ma rischiano di pesare poco nella rappresentanza e nella costruzione delle priorità pubbliche. La società chiede loro molto futuro, ma concede loro poco peso nel presente.

Tuttavia, in questo scenario, alcune ricerche (ad esempio i rapporti sulla condizione giovanile in Italia proposti ogni anno dall’Istituto Toniolo) mettono in luce le strategie di resistenza che i giovani mettono in atto, strategie che riguardano sempre più la sfera quotidiana. Sembrerebbe, infatti, che le nuove generazioni abbiano compiuto una sintesi tra le generazioni passate più coinvolte nel sociale e quelle precedenti (ad esempio i Millennials), più individualizzate, trasponendo le preoccupazioni planetarie anche nella sfera privata e personale.

Negli ultimi anni, ricerca e politica hanno spesso appiattito la complessità della condizione giovanile sulla dimensione del “problema”: disagio, ansia, ritiro, fragilità. Ed è vero che i problemi esistono e sono seri. Ma se guardiamo solo la parte clinica e non anche la parte attiva, costruiamo interventi che inseguono l’emergenza e perdono la possibilità più interessante: capire come i ragazzi provano a navigare il contesto contemporaneo.

Dalla vulnerabilità possono infatti nascere forme di agency, come ha analizzato Paola Rebughini in un articolo del 2019, non sempre riconoscibili con le categorie politiche del passato, non sempre organizzate in grandi appartenenze ideologiche, ma attuate in pratiche quotidiane, in micro-scelte coerenti con i propri valori che diventano identità: sensibilità ambientale; ricerca di benessere relazionale; attenzione alla salute mentale senza tabù; impegno nel volontariato o in attività che danno senso; forme creative digitali che non sono solo consumo ma espressione; persino la scelta di restare o radicarsi come risposta all’imperativo della mobilità.

Questa combinazione di bisogni primari insoddisfatti e aspirazioni “alte” è una chiave per leggere l’adolescenza oggi. Non è solo precarietà materiale, né solo idealismo: è spesso la coesistenza delle due cose. Ed è da qui che emerge un compito politico ed educativo molto concreto: costruire contesti che rendano possibile trasformare questa energia in percorso, competenza, cittadinanza.

È qui che Benasayag rientra con un invito che, nel clima contemporaneo, suona quasi sovversivo nella sua semplicità: restituire ai giovani il diritto all’inquietudine, alla ricerca, al tempo improduttivo. Nella sua prospettiva, l’inquietudine non è un difetto da spegnere ma una forma di vigilanza vitale: opposta non all’insicurezza, ma al sogno disciplinare della sicurezza, che addormenta e rende assenti. “Vivere nell’inquietudine” significa poter esplorare, prendersi tempo, costruire il cammino mentre lo si percorre. E significa anche poter porre una domanda fondamentale: che cosa ci sta accadendo?

Il filosofo argentino, che ho avuto modo di intervistare nel giugno 2025, collega il disagio giovanile alle strutture che bruciano desideri e possibilità. Parla, per esempio, di istituzioni come l’accademia, che nelle pratiche quotidiane scoraggiano una presenza impegnata: bisogna produrre, accumulare prove, dimostrare status prima ancora di poter prendere la parola. È un modo in cui la società “umilia” e incanala, spingendo a costruire curriculum vitae invece che vite e facendo scivolare verso un “funzionamento rassicurante”, in cui non resta spazio per una marginalità felice. Da qui la sua critica alla performatività: quando l’unico criterio è funzionare, ogni deviazione dalla norma viene letta come malfunzionamento, e la cura rischia di diventare formattazione.

Il digitale e l’AI possono rendere questo scivolamento ancora più rapido. Benasayag riconosce che l’ibridazione è inevitabile: non c’è ritorno indietro. Ma inevitabile non significa neutra. Il rischio principale, per lui, è la delega massiccia e rapida di funzioni: se la plasticità del cervello funziona come un muscolo, l’uso ridotto porta atrofia, e non c’è stato ancora un “riciclo” delle aree liberate. Con l’ascensore sappiamo coabitare: lo usiamo, ma sappiamo anche che non possiamo smettere di muoverci. Con le macchine digitali non sappiamo ancora farlo davvero.

La domanda, allora, è come imparare una coabitazione virtuosa: usare i prodotti dell’AI come materia prima su cui esercitare creatività e giudizio, non come scorciatoia che atrofizza la capacità di pensare, desiderare, scegliere. Se l’umano viene ridotto a un nodo tra informazioni, il rischio non è solo cognitivo: è esistenziale. Si impoverisce la relazione, si restringe lo spazio dell’esperienza, diventa più difficile diventare adulti credibili.

Educare oggi, allora, non significa preparare a un mondo stabile: significa raccogliere queste sfide, aiutare a costruire certezze che permettano di affrontare l’incertezza grazie a  legami affidabili, adulti credibili, spazi di parola, orientamento, possibilità di sperimentare senza essere schiacciati dal giudizio o dalla performance continua. E forse è proprio qui che adolescenti e AI si incrociano nel modo più rivelatore: l’intelligenza artificiale può rendere visibile, per contrasto, ciò che è umano. Non la rapidità di risposta, ma la capacità di abitare il limite.

Rimane dunque una domanda finale, che suona un po’ come un compito: quali istituzioni, pratiche e legami dobbiamo rafforzare perché l’inquietudine degli adolescenti non venga riparata in silenzio, ma riconosciuta come energia del vivente e trasformata in un futuro abitabile?

Immagine di Alessandra Polidori

Alessandra Polidori

Ricercatrice presso lo Swiss Forum for Migration and Population Studies dell’Università di Neuchâtel. Dottoressa di ricerca in sociologia in co-tutela tra l’Università di Perugia e l’EHESS di Parigi, studia mobilità e migrazioni con focus sui giovani e collabora con il Centro studi Giuseppe Gatì. Ritiene importante la divulgazione scientifica e, nel tempo libero, sviluppa fotografie in camera oscura.