Nata all’inizio degli anni Duemila a Verona, Edulife è oggi un gruppo articolato che riunisce una fondazione di ricerca applicata, un’impresa sociale attiva nell’innovazione educativa e un consorzio dedicato ai processi di internazionalizzazione. Da oltre venticinque anni lavora nei campi della pedagogia, dell’innovazione sociale e della formazione professionalizzante, con una particolare attenzione al rapporto tra giovani, tecnologie e mondo del lavoro.

Tra le prime realtà in Italia a investire in percorsi di apprendimento mediati dalle tecnologie, ben prima che l’e-learning diventasse pratica diffusa durante la pandemia, Edulife ha sviluppato nel tempo un ecosistema che integra ricerca, progettazione educativa e impresa. Oggi opera stabilmente in Italia e all’estero, con esperienze consolidate in Cina nel campo della formazione tecnica e collaborazioni in America Latina su modelli di accompagnamento universitario. Nell’ecosistema di Edulife si colloca anche GoToWorld, Consorzio no-profit che fornisce supporto specialistico per le esigenze delle aziende che mirano a sviluppare le proprie attività all’estero, ma i progetti e gli ambiti di attività sono ampi e differenziati. Al centro della sua azione rimane tuttavia una domanda educativa centrale: come abitare il digitale senza subirlo, trasformandolo in leva di crescita personale e professionale?
Un polo digitale dentro la città
Quando si entra negli spazi di 311 Verona, hub animato da Edulife dal 2016, si percepisce immediatamente una doppia tensione: da un lato la densità tecnologica, dall’altro la centralità della relazione. Hardware, software, aule formative, coworking, imprese. Ma soprattutto giovani, imprenditori, formatori, professionisti che condividono quotidianamente lo stesso ambiente.
«Qui – racconta Gianni Martari – convivono generazioni diverse dalle 7.30 del mattino alle 23.30 di sera. Imprenditori che hanno fondato micro e piccole imprese, giovani in formazione, professionisti dell’IT. Questo spazio è diventato un portale intergenerazionale».
La scelta di aprire un luogo fisico, fortemente analogico, può sembrare paradossale per un gruppo che da vent’anni lavora sull’educazione digitale. Eppure è proprio questa la chiave: il digitale non è ridotto a strumento tecnico, ma è considerato ambiente culturale da abitare criticamente. Per questo il confronto tra generazioni non avviene online, bensì dentro una comunità concreta che rende visibili aspettative, fragilità e bisogni reciproci.
Formare programmatori o accompagnare persone?
Uno dei fronti più delicati su cui Edulife è impegnata riguarda l’inserimento dei giovani nel settore della programmazione e dell’IT. Il territorio veneto, fortemente produttivo, esprime una domanda costante di sistemisti, sviluppatori, tecnici specializzati. Le aziende faticano a trovare figure competenti e guardano con interesse ai percorsi professionalizzanti promossi dall’ente.
«Se volessimo sfornare cinquanta programmatori all’anno – osserva Martari – avremmo la fila di imprese fuori dalla porta. Ma la domanda è: stiamo formando nuovi operai digitali o stiamo accompagnando giovani capaci di apprendere lungo tutto l’arco della vita?».


Il nodo è etico prima ancora che formativo. In un settore attraversato da trasformazioni rapidissime, dall’automazione all’intelligenza artificiale, specializzare eccessivamente su un linguaggio o su una tecnologia rischia di generare obsolescenza nel giro di pochi anni. L’esempio del COBOL, ancora utilizzato nei sistemi bancari ma destinato a scomparire, diventa emblematico.
Per questo Edulife privilegia un approccio meno “performante” sul breve periodo ma più solido nel lungo: meno verticalità tecnica immediata, più capacità di apprendere, adattarsi, rileggere il contesto. Una scelta che non sempre incontra il favore dei ragazzi – spesso attratti dall’idea di una scorciatoia occupazionale – né delle famiglie, che chiedono certezze rapide.
Oltre la retorica dei “nativi digitali”
Uno dei luoghi comuni più diffusi è che i giovani, in quanto nativi digitali, non necessitino di alfabetizzazione. L’esperienza di Edulife racconta altro. La familiarità con smartphone e social network non equivale a consapevolezza tecnologica né a competenza professionale.
«Molti ragazzi arrivano dicendo: voglio fare il programmatore – spiega Irene Gottoli – ma non conoscono davvero la complessità del mondo IT in cui stanno entrando. Non hanno percezione della velocità di trasformazione del settore, né dell’esigenza di apprendimento continuo».
L’educazione digitale, allora, non si limita all’insegnamento del codice. Comprende cittadinanza digitale, uso strategico dei social per la ricerca di lavoro, comprensione delle dinamiche algoritmiche, riflessione sull’impatto dell’intelligenza artificiale. Ma soprattutto implica un lavoro sulla consapevolezza: capire dove ci si sta inserendo, con quali competenze e con quali limiti.
In questo senso, l’alfabetizzazione digitale diventa anche un percorso di maturazione personale.
Resistenze adulte e mediazione culturale
Se tra i giovani il rischio è la superficialità, tra gli adulti permane talvolta una forma di diffidenza o di competenza disomogenea. Tuttavia, l’ecosistema in cui opera Edulife, composto prevalentemente da imprese innovative, è già fortemente digitalizzato.
Le difficoltà emergono piuttosto in altri ambiti, anche se non sono limitate esclusivamente agli stessi: nel mondo educativo tradizionale, nei contesti professionali meno tecnologici, nei servizi pubblici. Qui Edulife assume una funzione di mediazione culturale.
«È come se indossassimo ogni giorno una casacca da mediatori – osservano Martari e Gottoli – se con i giovani traduciamo il linguaggio dell’impresa; con gli imprenditori traduciamo le fragilità e le potenzialità del mondo giovanile».
Questa postura di mediazione è il cuore del dialogo intergenerazionale: avvicinare mondi che spesso si guardano con sospetto reciproco. L’imprenditore cerca competenze immediatamente spendibili; il giovane cerca senso e riconoscimento. Il compito educativo è tenere insieme entrambe le istanze senza ridurre l’una all’altra.

Il “ciclo del valore”: una grammatica pedagogica
A sostenere questa visione vi è un impianto pedagogico definito “ciclo del valore”, maturato in oltre venticinque anni di esperienza e ispirato a una tradizione salesiana rielaborata nel tempo.
Il modello rappresenta la struttura pedagogica che orienta ogni intervento formativo, dall’educazione digitale ai percorsi di inserimento lavorativo nel settore della programmazione. Il ciclo del valore integra relazione, competenza e responsabilità dentro un unico impianto coerente, che si articola in tre movimenti: accoglienza, accompagnamento, promozione.
L’accoglienza è il primo gesto educativo, ma non coincide con una semplice ospitalità o con una presa in carico formale. È piuttosto un atto di riconoscimento. Accogliere significa leggere la persona nella sua interezza, dentro il contesto culturale e familiare che la plasma, dentro l’immaginario professionale che la orienta. Nel caso dei giovani che scelgono un percorso nell’IT, questo implica interrogare le motivazioni che li spingono verso la programmazione, spesso legate a narrazioni di successo rapido o a aspettative economiche immediate, e metterle in dialogo con la complessità reale del settore. L’accoglienza evita la standardizzazione che riduce i ragazzi a profili tecnici da formare, costruendo le condizioni per uno sviluppo autentico.
L’accompagnamento rappresenta il cuore operativo del processo. È il momento in cui il valore riconosciuto viene messo alla prova dentro esperienze concrete. Nei percorsi digitali questo significa lavorare su competenze tecniche reali, project work, stage, confronto con aziende, ma sempre dentro una cornice riflessiva, oltre che operativa e concreta. In un settore attraversato da innovazioni rapide e dall’impatto crescente dell’intelligenza artificiale, accompagnare non significa semplicemente insegnare a programmare, ma educare a una postura professionale capace di apprendere continuamente. L’accompagnamento è anche il luogo in cui si esercita il dialogo intergenerazionale. L’educatore media tra le aspettative delle imprese che cercano efficienza immediata e quelle dei giovani che cercano senso e riconoscimento. Tenere insieme queste istanze senza cedere né alla logica della produttività a breve termine, né a una visione ingenuamente idealistica, è parte integrante del processo.
La promozione non equivale al solo collocamento nel mercato del lavoro, ma significa mettere la persona nella condizione di esercitare libertà dentro un contesto professionale complesso. Nel mondo digitale questo assume un valore particolare, poiché nessuna competenza tecnica è stabile nel tempo. Ciò che può essere realmente promosso è la capacità di aggiornarsi, di riformulare il proprio ruolo, di affrontare il cambiamento senza smarrire la propria identità professionale. La promozione implica responsabilità etica nell’uso della tecnologia, consapevolezza dei propri limiti e delle proprie risorse, capacità di apprendimento permanente. È il passaggio dalla dipendenza educativa alla generatività personale.
La forza del modello sta nella sua coerenza interna e nella capacità di tenere insieme crescita personale, competenza professionale e responsabilità sociale. In un contesto segnato da trasformazioni tecnologiche accelerate e da frammentazione dei percorsi educativi, il ciclo del valore offre una struttura stabile che non irrigidisce ma orienta, consentendo di abitare la complessità senza esserne travolti.
BOX: Il ciclo del valore di Edulife
Il ciclo del valore è il modello pedagogico che orienta ogni percorso formativo. Si fonda su tre dimensioni integrate e circolari.
Accoglienza: riconoscere la persona nella sua interezza, leggere il contesto da cui proviene, valorizzare motivazioni e potenzialità prima ancora delle competenze tecniche.
Accompagnamento: sviluppare competenze concrete dentro esperienze reali, sostenute da una riflessione continua che costruisce consapevolezza, postura professionale e capacità di apprendimento permanente.
Promozione: generare autonomia competente, responsabilità e libertà professionale, mettendo la persona nella condizione di creare valore nel tempo e di affrontare il cambiamento con consapevolezza.
Un modello circolare in cui ogni fase alimenta le altre, trasformando la formazione in un processo di crescita personale e professionale duraturo.
Digitale come ambiente, non come strumento
Nel dibattito pubblico si alternano tecnoscettici e tecnoentusiasti. L’esperienza di Edulife sembra collocarsi in una posizione intermedia: il digitale non è né demonizzato né mitizzato. È riconosciuto come ambiente strutturante della vita contemporanea.
Abitarlo significa comprenderne le logiche, sfruttarne le opportunità e al contempo sviluppare spirito critico. Significa anche evitare di trasformarlo in unica via di accesso al lavoro. Per questo, negli spazi di 311, il computer può essere chiuso per lasciare respiro a momenti di riflessione o confronto analogico, scelta che talvolta disorienta ragazzi abituati a identificare l’apprendimento con lo schermo acceso. La competenza tecnica rimane fondamentale, ma è inserita dentro un progetto più ampio di crescita personale.
Il settore della programmazione rappresenta un osservatorio privilegiato per leggere le trasformazioni del lavoro. L’accelerazione tecnologica impone flessibilità, aggiornamento continuo, capacità di reinventarsi. Accompagnare i giovani in questo scenario significa aiutarli a sviluppare un “abito mentale” orientato al lifelong learning. Non si tratta solo di trovare il primo impiego, ma di costruire una postura professionale capace di reggere l’urto del cambiamento.
In questo senso, l’educazione digitale diventa educazione alla complessità
L’esperienza di Edulife mostra che il dialogo intergenerazionale non nasce spontaneamente dall’uso della tecnologia. Richiede spazi, metodo, intenzionalità educativa. Richiede la capacità di tenere insieme esigenze economiche e domande di senso. In un tempo che promette scorciatoie e soluzioni rapide, la scelta di rallentare per accompagnare può apparire controcorrente. Eppure è proprio questa scelta a rendere sostenibile l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro digitale.
La sfida non è produrre tecnici competenti nel breve periodo, ma cittadini e professionisti capaci di orientarsi in un ecosistema in continua trasformazione. In questa prospettiva, l’educazione digitale diventa uno dei luoghi privilegiati in cui si gioca il futuro del dialogo tra generazioni.
