L'imprenditività come indicatore di generatività
Quest’anno il Rapporto Italia Generativa, giunto alla sua terza edizione, mette a fuoco il tema dell’intrapresa.
L’imprenditività è direttamente connessa alla generatività sociale e ne può essere considerata una interessante cartina di tornasole, in quanto, per esistere e prendere forma, presuppone la spinta del desiderio, il coraggio e la responsabilità di assumersi il rischio dell’iniziativa, di metterla al mondo, prendendosene cura per farla crescere, e rendendola autonoma, oltre i suoi stessi autori.
Si tratta, dunque, di pensare l’intraprendere come un processo complesso, relazionale e fiduciario, capace di riconoscere, mobilitare, connettere ed attivare risorse sparse, per orientarle verso la co-generazione di un valore multiforme da condividere con molteplici stakeholder, presenti e futuri.
Se così osservata, l’intrapresa si rivela una leva fondamentale per la generazione e rigenerazione della vita sociale ed economica: liberando e catalizzando energie per sé e per altri, essa apre sempre nuove opportunità di esistenza nell’oggi e di sviluppo per il domani.
Il terzo Rapporto Italia Generativa si propone di offrire una lettura originale dell’imprenditività italiana, nell’intento di individuarne, in una logica processuale, multidimensionale ed intergenerazionale, punti di blocco ma soprattutto possibili leve di promozione e sviluppo.
L’imprenditività è direttamente connessa alla generatività sociale e ne può essere considerata una interessante cartina di tornasole, in quanto, per esistere e prendere forma, presuppone la spinta del desiderio, il coraggio e la responsabilità di assumersi il rischio dell’iniziativa, di metterla al mondo, prendendosene cura per farla crescere, e rendendola autonoma, oltre i suoi stessi autori.
Si tratta, dunque, di pensare l’intraprendere come un processo complesso, relazionale e fiduciario, capace di riconoscere, mobilitare, connettere ed attivare risorse sparse, per orientarle verso la co-generazione di un valore multiforme da condividere con molteplici stakeholder, presenti e futuri.
Se così osservata, l’intrapresa si rivela una leva fondamentale per la generazione e rigenerazione della vita sociale ed economica: liberando e catalizzando energie per sé e per altri, essa apre sempre nuove opportunità di esistenza nell’oggi e di sviluppo per il domani.
Il terzo Rapporto Italia Generativa si propone di offrire una lettura originale dell’imprenditività italiana, nell’intento di individuarne, in una logica processuale, multidimensionale ed intergenerazionale, punti di blocco ma soprattutto possibili leve di promozione e sviluppo.
Come è articolato il Rapporto
I 4 capitoli che compongono la prima sezione del Rapporto raccolgono i numeri che tratteggiano la capacità imprenditiva del nostro Paese nel confronto con l’Europa. I dati sono organizzati attorno ad altrettante questioni nodali: i suoi dinamismi e i limiti; la biodiversità degli attori e delle forme; gli immaginari; il quadro di trasformazioni che stanno rimodellando radicalmente lo scenario dell’intraprendere nel confronto con la transizione digitale, ecologica e organizzativa.
La seconda parte del Rapporto offre dati di natura qualitativa. Qui vengono proposte dodici interviste a figure apicali di altrettante realtà imprenditoriali italiane, selezionate per la loro capacità di concepire e coniugare l’intraprendere come azione generativa, impastata di libertà e, insieme, di responsabilità anche verso ciò che fa esistere l’impresa, rendendo possibile la sostenibilità dei suoi ecosistemi.
In questo l’intrapresa si rivela azione innovativa – ossia azione di design del futuro – ed insieme epimeletica – cioè di cura e rigenerazione continua dei suoi diversi contesti umano, sociale, ambientale, economico, istituzionale – che nutrono e co-individuano l’agire imprenditoriale.
La seconda parte del Rapporto offre dati di natura qualitativa. Qui vengono proposte dodici interviste a figure apicali di altrettante realtà imprenditoriali italiane, selezionate per la loro capacità di concepire e coniugare l’intraprendere come azione generativa, impastata di libertà e, insieme, di responsabilità anche verso ciò che fa esistere l’impresa, rendendo possibile la sostenibilità dei suoi ecosistemi.
In questo l’intrapresa si rivela azione innovativa – ossia azione di design del futuro – ed insieme epimeletica – cioè di cura e rigenerazione continua dei suoi diversi contesti umano, sociale, ambientale, economico, istituzionale – che nutrono e co-individuano l’agire imprenditoriale.
I 5 nodi che interpellano l'impresa italiana
Le considerazioni finali riprendono cinque nodi che interpellano oggi l’intrapresa italiana per individuare un possibile orizzonte di riflessione e di lavoro.
Il primo nodo riguarda la dimensione autoriale, ovvero chi saranno i nuovi protagonisti dell’intrapresa. Anche in considerazione dei significativi cambiamenti demografici in corso nel nostro Paese, a partire dal visibile invecchiamento dell’imprenditoria italiana, la questione non è affatto secondaria. A questo proposito, il Rapporto guarda a tre differenti cluster – i giovani, le donne, gli stranieri – popolazioni al momento ancora parzialmente sottorappresentate, per sottolineare la necessità di intervenire con urgenza sulle precondizioni che ne potrebbero rendere possibile una più significativa attivazione. Al momento, infatti, se la propensione all’intrapresa è in Italia perfino più marcata che altrove in Europa, essa rischia però di essere congelata sul nascere da un habitat non favorevole all’iniziativa.
Il secondo nodo riguarda la necessità di uscire dalla polarizzazione grande-piccolo che da anni rischia di rendere sterile il dibattito sull’evoluzione dell’intrapresa italiana. I numeri offerti dal Rapporto restituiscono un quadro europeo anche meno schematico, dove l’originalità del percorso italiano emerge, piuttosto, dalla compresenza di altre caratteristiche, in particolare la limitata presenza di grandi imprese, l’intraprendenza dell’azienda media, la vivacità della piccola impresa. Uscire dall’interpretazione oppositiva dello schema di gioco “Grande” vs “Piccolo” potrebbe aprire nuove possibilità di azione nell’ottica della valorizzazione e attivazione in relazione di quello che già esiste.
Appare tuttavia necessario mettere mano ai fondamentali: risolvere l’annosa questione della bassa produttività; sciogliere il nodo gordiano dei bassi salari e dell’ innovazione; agire per ridurre la vulnerabilità di un modello centrato sulle medie imprese altamente competitive, soprattutto nell’attuale instabilità geopolitica; intervenire sull’ecosistema finanziario a supporto della stabilità finanziaria delle imprese.
Da qui l’identificazione di tre elementi chiave appartenenti al DNA italiano e che potrebbero, se riscoperti e valorizzati, contribuire ad accompagnare il sistema Italia ad un cambio di passo oggi più che mai necessario.
Il primo – che corrisponde al terzo nodo ripreso dalle considerazioni finali – riguarda la capacità dell’imprenditoria italiana di favorire il pluralismo tecnologico e la coesistenza di molteplici approcci innovativi (tecnodiversità). Centrale è, in questa fase storica, la digitalizzazione rispetto alla quale il nostro Paese, se ha visto importanti avanzamenti, resta ancora lontano dalla spinta dei Paesi best performer. Il concetto di biodiversità tecnologica è fondamentale per l’Italia, che appare più di altri agevolata ad avviare le trasformazioni legale al digitale e all’IA con modalità non oppositive, ma integrative del nuovo, ovvero in forme e processi di co-evoluzione con ciò che appartiene alla tradizione del Made in Italy. Ciò è possibile scommettendo con convinzione sul fattore umano, un punto cruciale che, se purtroppo resta sottotraccia nella parte statistica, si afferma con grande lucidità nelle interviste ad aziende che, anche in ragione di queste scelte strategiche, possono essere considerate un’interessantissima avanguardia produttiva cui guardare.
L’impresa italiana non è un’isola, bensì un sistema di relazioni radicato profondamente in un territorio, con il quale attiva circolarità virtuose e mutualmente vantaggiose. È questo il secondo driver ed il quarto tema rilanciato nelle conclusioni. È attorno al territorio e alle sue relazioni che l’intrapresa italiana continua ad evolvere disegnando sempre nuove forme – dai distretti alle multinazionali tascabili al cosiddetto “quinto capitalismo”. Dove il modello funziona troviamo reti di interdipendenze di breve raggio; sistemi di collaborazione snelli e veloci nell’adattamento alle richieste dei mercati; condivisione di competenze e risorse tecnologiche; fiducia e supporto con una sensibile crescita della resilienza collettiva.
Il quinto nodo – terzo elemento chiave su cui lavorare – curva sull’ecosistema, inteso come il contesto che può fungere da incubatore ed acceleratore. La fragilità dell’ imprenditività italiana si mostra qui in tutta la sua complessità. È nell’ecosistema, infatti, che l’impresa è incubata e trova le precondizioni per il suo sviluppo. È l’ecosistema che offre gli ingredienti per fare l’intrapresa, in primis le risorse umane. Ancora, è l’ecosistema che garantisce la manutenzione delle reti materiali ed immateriali per connettere l’impresa con il mondo, delle norme e dei regolamenti che ne garantiscono il libero e responsabile operare, le risorse che ne supportano l’investire e l’innovare.
Il primo nodo riguarda la dimensione autoriale, ovvero chi saranno i nuovi protagonisti dell’intrapresa. Anche in considerazione dei significativi cambiamenti demografici in corso nel nostro Paese, a partire dal visibile invecchiamento dell’imprenditoria italiana, la questione non è affatto secondaria. A questo proposito, il Rapporto guarda a tre differenti cluster – i giovani, le donne, gli stranieri – popolazioni al momento ancora parzialmente sottorappresentate, per sottolineare la necessità di intervenire con urgenza sulle precondizioni che ne potrebbero rendere possibile una più significativa attivazione. Al momento, infatti, se la propensione all’intrapresa è in Italia perfino più marcata che altrove in Europa, essa rischia però di essere congelata sul nascere da un habitat non favorevole all’iniziativa.
Il secondo nodo riguarda la necessità di uscire dalla polarizzazione grande-piccolo che da anni rischia di rendere sterile il dibattito sull’evoluzione dell’intrapresa italiana. I numeri offerti dal Rapporto restituiscono un quadro europeo anche meno schematico, dove l’originalità del percorso italiano emerge, piuttosto, dalla compresenza di altre caratteristiche, in particolare la limitata presenza di grandi imprese, l’intraprendenza dell’azienda media, la vivacità della piccola impresa. Uscire dall’interpretazione oppositiva dello schema di gioco “Grande” vs “Piccolo” potrebbe aprire nuove possibilità di azione nell’ottica della valorizzazione e attivazione in relazione di quello che già esiste.
Appare tuttavia necessario mettere mano ai fondamentali: risolvere l’annosa questione della bassa produttività; sciogliere il nodo gordiano dei bassi salari e dell’ innovazione; agire per ridurre la vulnerabilità di un modello centrato sulle medie imprese altamente competitive, soprattutto nell’attuale instabilità geopolitica; intervenire sull’ecosistema finanziario a supporto della stabilità finanziaria delle imprese.
Da qui l’identificazione di tre elementi chiave appartenenti al DNA italiano e che potrebbero, se riscoperti e valorizzati, contribuire ad accompagnare il sistema Italia ad un cambio di passo oggi più che mai necessario.
Il primo – che corrisponde al terzo nodo ripreso dalle considerazioni finali – riguarda la capacità dell’imprenditoria italiana di favorire il pluralismo tecnologico e la coesistenza di molteplici approcci innovativi (tecnodiversità). Centrale è, in questa fase storica, la digitalizzazione rispetto alla quale il nostro Paese, se ha visto importanti avanzamenti, resta ancora lontano dalla spinta dei Paesi best performer. Il concetto di biodiversità tecnologica è fondamentale per l’Italia, che appare più di altri agevolata ad avviare le trasformazioni legale al digitale e all’IA con modalità non oppositive, ma integrative del nuovo, ovvero in forme e processi di co-evoluzione con ciò che appartiene alla tradizione del Made in Italy. Ciò è possibile scommettendo con convinzione sul fattore umano, un punto cruciale che, se purtroppo resta sottotraccia nella parte statistica, si afferma con grande lucidità nelle interviste ad aziende che, anche in ragione di queste scelte strategiche, possono essere considerate un’interessantissima avanguardia produttiva cui guardare.
L’impresa italiana non è un’isola, bensì un sistema di relazioni radicato profondamente in un territorio, con il quale attiva circolarità virtuose e mutualmente vantaggiose. È questo il secondo driver ed il quarto tema rilanciato nelle conclusioni. È attorno al territorio e alle sue relazioni che l’intrapresa italiana continua ad evolvere disegnando sempre nuove forme – dai distretti alle multinazionali tascabili al cosiddetto “quinto capitalismo”. Dove il modello funziona troviamo reti di interdipendenze di breve raggio; sistemi di collaborazione snelli e veloci nell’adattamento alle richieste dei mercati; condivisione di competenze e risorse tecnologiche; fiducia e supporto con una sensibile crescita della resilienza collettiva.
Il quinto nodo – terzo elemento chiave su cui lavorare – curva sull’ecosistema, inteso come il contesto che può fungere da incubatore ed acceleratore. La fragilità dell’ imprenditività italiana si mostra qui in tutta la sua complessità. È nell’ecosistema, infatti, che l’impresa è incubata e trova le precondizioni per il suo sviluppo. È l’ecosistema che offre gli ingredienti per fare l’intrapresa, in primis le risorse umane. Ancora, è l’ecosistema che garantisce la manutenzione delle reti materiali ed immateriali per connettere l’impresa con il mondo, delle norme e dei regolamenti che ne garantiscono il libero e responsabile operare, le risorse che ne supportano l’investire e l’innovare.
Siamo a un giro di boa
Che immagine del Paese emerge dal nuovo Rapporto Italia Generativa?
Per molti aspetti nel documento sono confermati dati già ben conosciuti e monitorati dagli esperti. Eppure, nel tentativo di connettere e descrivere congiuntamente i tantissimi dati disponibili, il Rapporto rivela una sintesi non scontata del Paese, rivelando grandi limiti ma anche interessanti potenzialità.
Pur da un oggetto diverso – l’intraprendere – anche il Rapporto di quest’anno prova ad illuminare l’originalità del Paese, la sua “differenza”, che viene identificata qui nella capacità di fare impresa “altrimenti”. Un’indicazione da intendersi in senso estensivo, coincidente con l’ abilità di andare oltre l’idea di intrapresa predominante negli ultimi decenni; che non appartiene al nostro DNA e che lascia aree grigie di insoddisfazione e perplessità rispetto alla sua sensatezza e sostenibilità.
L’impresa italiana si rivela specchio del Paese, della sua natura paradossale di tenere in tensione gli opposti: le dimensioni limitate con la sorprendente reticolarità; il radicamento territoriale e, insieme, la creatività dialogica, riconoscibile e comprensibile universalmente; il riconoscimento della tradizione e, insieme, l’esplorazione incessante di nuove forme; la ricerca dell’unicità e la convivenza della pluralità; l’ossessione per la bellezza ma anche il rigore della funzionalità.
Il rischio è che le transizioni in atto, il digitale e l’IA su un fronte, e l’incertezza geopolitica sull’altro, rischino di indebolire quella tensione polare che consente all’Italia di fare bene l’Italia. Costringendoci a scegliere da che parte stare, questo tempo aumenta le probabilità di far saltare l’intrapresa italiana, che, nella sua unicità, può sopravvivere solo in contesti molteplici e plurali. L’omologazione, l’adeguamento monocromatico, la dittatura dell’uniformità sono dietro l’angolo. La de-differenziazione porterebbe ad un impoverimento drammatico e forse senza ritorno per il Paese.
Sarebbe la fine dell’incredibile polifonia ecosistemica. Il taglio del bosco.
È il tempo per cambiare la rotta e compiere il giro di boa descritto nel titolo.
Non si tratta di tornare indietro, piuttosto di un biforcare da coloro che raccontano che l’unica via possibile, per l’intrapresa, sia oggi puntare verso il mare aperto. Ma andare sempre più avanti seguendo questa rotta porterebbe ad allontanarci sempre più da chi siamo e da cosa siamo capaci di fare.
Per questo il Rapporto ha anche un sottotitolo: “Il segno che resta dell’imprenditività italiana”.
Oggi all’Italia è richiesto un passaggio storico, nella consapevolezza che, se occorre certamente continuare la navigazione, è necessario recuperare un sapere – relazionale, contestuale, metodologico, artistico, antropologico – che rischiamo di perdere. Per rilanciare l’imprenditività, si potrebbe ripartire dal segno che ancora vive in tanta intrapresa, come testimoniano efficacemente le interviste raccolte: l’imprendività italiana perde la rotta senza un umanesimo operativo – la capacità di trovare chiavi sempre nuove ed attuali per coniugare funzione e senso, locale e globale, tradizione e innovazione, rigore e improvvisazione – che possa fungere da bussola al giro di boa che ci attende.
Per molti aspetti nel documento sono confermati dati già ben conosciuti e monitorati dagli esperti. Eppure, nel tentativo di connettere e descrivere congiuntamente i tantissimi dati disponibili, il Rapporto rivela una sintesi non scontata del Paese, rivelando grandi limiti ma anche interessanti potenzialità.
Pur da un oggetto diverso – l’intraprendere – anche il Rapporto di quest’anno prova ad illuminare l’originalità del Paese, la sua “differenza”, che viene identificata qui nella capacità di fare impresa “altrimenti”. Un’indicazione da intendersi in senso estensivo, coincidente con l’ abilità di andare oltre l’idea di intrapresa predominante negli ultimi decenni; che non appartiene al nostro DNA e che lascia aree grigie di insoddisfazione e perplessità rispetto alla sua sensatezza e sostenibilità.
L’impresa italiana si rivela specchio del Paese, della sua natura paradossale di tenere in tensione gli opposti: le dimensioni limitate con la sorprendente reticolarità; il radicamento territoriale e, insieme, la creatività dialogica, riconoscibile e comprensibile universalmente; il riconoscimento della tradizione e, insieme, l’esplorazione incessante di nuove forme; la ricerca dell’unicità e la convivenza della pluralità; l’ossessione per la bellezza ma anche il rigore della funzionalità.
Il rischio è che le transizioni in atto, il digitale e l’IA su un fronte, e l’incertezza geopolitica sull’altro, rischino di indebolire quella tensione polare che consente all’Italia di fare bene l’Italia. Costringendoci a scegliere da che parte stare, questo tempo aumenta le probabilità di far saltare l’intrapresa italiana, che, nella sua unicità, può sopravvivere solo in contesti molteplici e plurali. L’omologazione, l’adeguamento monocromatico, la dittatura dell’uniformità sono dietro l’angolo. La de-differenziazione porterebbe ad un impoverimento drammatico e forse senza ritorno per il Paese.
Sarebbe la fine dell’incredibile polifonia ecosistemica. Il taglio del bosco.
È il tempo per cambiare la rotta e compiere il giro di boa descritto nel titolo.
Non si tratta di tornare indietro, piuttosto di un biforcare da coloro che raccontano che l’unica via possibile, per l’intrapresa, sia oggi puntare verso il mare aperto. Ma andare sempre più avanti seguendo questa rotta porterebbe ad allontanarci sempre più da chi siamo e da cosa siamo capaci di fare.
Per questo il Rapporto ha anche un sottotitolo: “Il segno che resta dell’imprenditività italiana”.
Oggi all’Italia è richiesto un passaggio storico, nella consapevolezza che, se occorre certamente continuare la navigazione, è necessario recuperare un sapere – relazionale, contestuale, metodologico, artistico, antropologico – che rischiamo di perdere. Per rilanciare l’imprenditività, si potrebbe ripartire dal segno che ancora vive in tanta intrapresa, come testimoniano efficacemente le interviste raccolte: l’imprendività italiana perde la rotta senza un umanesimo operativo – la capacità di trovare chiavi sempre nuove ed attuali per coniugare funzione e senso, locale e globale, tradizione e innovazione, rigore e improvvisazione – che possa fungere da bussola al giro di boa che ci attende.
Riccardo Della Valle
Collaboro alle attività di ricerca e studio promosse da Genialis sulle organizzazioni generative.
Sono stato dirigente d'azienda.
