La risposta al caos del presente non è una regola, ma una “tensione in avanti
Dove trovare allora un pensiero profondo che animi queste vite
che si aggirano nell’avara atmosfera dell’assurdo?
1 Le idee sembrano esaurite, tutte percorse nella loro estensione e potenzialità. Quella di Dio e di Ragione, di Stato e di Mercato, di Democrazia e di Dittatura, di Nazione e di Comunità, di Individuo e di Collettivo. Si prova talvolta a recuperare ciò che è passato o a vagheggiare una speranza che ha più a che fare con il sogno che non con la realtà. La ragione, divenuta puramente strumentale, la si adotta per creare appunto gli strumenti necessari alle nostre necessità, al nostro consumo, alla nostra vanità, ma per il resto la si rinnega, e si evidenzia la sua incapacità di dare un senso al mondo e spesso, in cerca di una speranza di mistero, si cancellano anche i suoi traguardi più evidenti come quelli medici e scientifici. Questa situazione di stasi in un mondo che gira e si avvita su se stesso sempre più rapidamente andrebbe bene, sarebbe forse persino accettabile, se il paradigma della fine della Storia fosse stato confermato. Ma che così non è sembra l’unico punto su cui esiste un consenso piuttosto ampio. Del resto, ogni giorno ne abbiamo conferma dalle notizie che formano il nostro mondo.
Allora si ridimensiona la parola Storia, si ritorna a scriverla con la minuscola e a farla precedere da un articolo indeterminativo. Ma se quindi dalla fine della Storia si passa alla fine di una storia, resta comunque il dramma di trovarsi in una fase di passaggio epocale, di attraversamento in cui inizia a mancare la terra sotto i piedi senza intravedere neppure la sponda su cui potersi appoggiare per proseguire il cammino.
Per evitare di finire con un tonfo lontano e una nuvoletta sbiadita e insignificante sul fondo di un abisso è necessario pensare un nuovo fondamento. Solo da lì tutto può crescere, o distendersi. Solo attraverso un nuovo fondamento si può iniziare a costruire uscendo dall’ossessiva gabbia del quotidiano. Ma il fondamento, ecco il primo paradosso, non può essere permanente! Il fondamento deve essere il fondamento di cui c’è bisogno adesso, tra cinquant’anni potremmo avere bisogno di un altro. Il fondamento è una tappa del un cammino! In questo modo procede il processo veritativo dell’uomo, ovvero quel cammino per la ricerca della verità, ovvero della ricerca del senso, che è l’unica cosa che riesce a rendere respirabile l’atmosfera oppressiva dell’assurdo da cui siamo avvolti. Ma questo deve essere appunto un cammino, un processo, un divenire costante. Non qualcosa di dato e stabilizzato una volta per tutte. I nuovi fondamenti saranno soggetti alla freccia del tempo, migliorabili, rinnovabili, ampliabili. Bisogna accettarne la transitorietà, mete provvisorie. Da punti sempre più avanzati si può ogni volta riprendere il cammino. L’alternativa, è l’eterno ritorno ovvero una perenne quotidianità che tende a ripetersi sempre uguale a se stessa, ovvero nichilismo, perché avvitandosi su se stessi non si può far altro che svanire, come un vortice che evapora, come un buco nero; mentre il vagheggiamento del passato, l’invocazione di un ritorno all’età dell’oro, degli antichi dei e delle antiche tradizioni è reazione mortifera.
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La morte di Dio, annunciata da Nietzsche, oggi è un fatto talmente acclarato da essere banalizzato e interamente travisato. Eppure lo si accantona come roba vecchia, sicura e ineludibile. Il cielo è vuoto! La ragione, divenuta pura e formidabile ragione strumentale, ha trionfato e, allo stesso tempo, sembra incapace di dirci alcunché sul “senso” della nostra stessa potenza.
Tuttavia, mentre Dio rimane morto e la ragione sembra godere di ottima salute, essa prepara, attraverso il suo successo, il suo tramonto. La ragione, nella sua veste strumentale, a differenza di Dio, anzi, liberata da Dio, ha proseguito la propria marcia in un mondo occidentale che è stato lanciato in un futuro rapidissimo grazie alla sua potenza creativa in una terra sostanzialmente pacificata, aperta e liberata grazie al benessere, al libero mercato, e alle stessa morte di Dio che ha dato nuova spinta all’umanità aperta a un futuro in cui tutto sembrava possibile e fattibile grazie a una nuova onnipotenza umana suggellata da una pace sempre più globale.
È stata la stanchezza verso il nostro mondo, un mondo di così enorme successo, a farci pensare che la storia fosse finita, a farcelo sperare perché forse, dopo tanta corsa, eravamo troppo stanchi per proseguire. Ma sperare intensamente in una cosa non equivale a realizzarla.
La contemporaneità, gli ultimi settant’anni, ha operato un disvelamento. In questo senso è un’epoca veritativa, ma mostra una verità insufficiente perché disperante. La velocità sempre maggiore richiesta dalle società consumistiche è necessità di sopravvivenza. Gli orari sempre più stringenti necessità di sopravvivenza. Si sottrae in questo modo spazio alla possibilità di pensare? (Non che un tempo si pensasse di più, anzi. Esistevano tuttavia comunità ben definite che pensavano per la stragrande maggioranza, a partire dalla famiglia tradizionale, parrocchie, partiti, su su fino allo Stato. Tutto questo non c’è più, non ci sarà più, non è restaurabile.) I fatti del mondo perdono di logicità e consequenzialità. Si evidenzia il caos e il caso come essenziali rispetto alla vita. Un caos che cresce naturalmente con la casuale complessità del mondo.
Lascerò da parte tutte le implicazioni sociali e politiche di questa situazione. Qui mi interessa notare come questa epoca, che è quella in cui ancora siamo, quella in cui tutto finisce ma ancora niente di nuovo inizia, è stata generata da un rifiuto radicale della ragione (rifiuto contemporaneo al suo stesso trionfo!), perché, dopo la scomparsa di Dio, la ragione ci ha deluso: si è ritenuta capace di riparare ogni cosa, di conoscere tutto, restando però totalmente muta di fronte alla domanda di senso, alla domanda dell’individuo che si chiede il “perché” e la direzione della propria esistenza. O, ancora più originariamente, del perché c’è qualcosa invece che nulla.
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È fondamentale, a tal proposito, meditare un passo complesso ma fondamentale del celebre discorso di Ratisbona di Benedetto XVI, il cui centro focale sta nella relazione tra Dio e ragione: “La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: ‘In principio era il λόγος’. È questa proprio la stessa parola che usa l’imperatore: Dio agisce ‘σὺν λόγω’, con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l’evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso.
Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell’Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la “Settanta” –, è più di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio.
Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del “da dove” e del “verso dove”, gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla “scienza” intesa in questo modo e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza” soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica. In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più.”
L’atmosfera dell’assurdo è l’atmosfera della compiutezza, in cui vengono prima scissi e poi scaricati sia Dio che la Ragione, in cui resta solo il soggetto che si fa inevitabilmente solipsista. È tutto il processo descritto in precedenza. L’alternativa posta da Benedetto XVI, in cui un individuo, una persona, possa trovare un orizzonte di verità in cui stabilire una comunanza e vicinanza con gli altri uomini, perché solo da un residuo di verità condivisa si può creare qualcosa di comune, pone il rapporto tra fede e ragione, la loro saldatura assoluta nel termine logos posto al principio del vangelo di Giovanni e a fondamento della creazione stessa del mondo, come la casa comune. È questo senza dubbio, un passo fondamentale nella storia della Rivelazione o, per dirla, in termini più separati dal linguaggio cristiano, dell’evoluzione dell’uomo in cui egli comprende se stesso e il proprio posto nel cosmo prendendo progressivamente coscienza di sé.
Non conta qui l’appartenenza al cristianesimo e neppure l’appartenenza a una qualsiasi confessione religiosa. C’entra qui ciò che è immanente in ogni uomo, ovvero il senso di stupore di fronte al mondo e la domanda di senso (ovvero la domanda su Dio) che in maniera più o meno cosciente alberga, o ha albergato, nel cuore di ogni uomo e quella facoltà necessaria di comprendere il mondo che permette all’uomo di prendere coscienza di ciò che lo circonda ovvero la ragione. Ecco ciò che è comune negli uomini, ciò che può costruire il fondamento.
Quindi con il cristianesimo tutto è compiuto? Non direi. La realtà non è data. Non esiste un orizzonte stabile e definitivo in cui si dispiega la volontà divina e che noi possiamo semplicemente interpretare nel tempo. La verità non si rivela, si crea attraverso un processo soggetto a distruzione creatrice. E questa è tutta la distanza che poi si pone tra l’esistenza dell’uomo occidentale e il cristianesimo. La realtà, e la sua verità, non sono un dato ma un farsi. Esiste il processo veritativo, quello che Ratzinger con i suoi termini chiama storia della Rivelazione, e che ci porta a pensare che Dio non sia tanto ciò che è prima, ciò che è all’origine e guida, visto che tutto cambia e muta e si reimposta ma comunque evolve e avanza. Forse bisogna iniziare a pensare l’idea di Dio non come guida dietro di noi, ma come una meta. Un principio che si pone davanti a noi, una tensione in avanti e non un fondamento assoluto. E allora ecco l’idea paradossale: che il fondamento non sia dietro di noi, bensì davanti, non che fonda dal basso ma che genera, e si genera, traendoci in avanti.
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Nel Tractatus, citato all’inizio, Wittgenstein parla, in maniera quasi misterica, e solo in modo fulmineo e passeggero, del Mistico. Figura inspiegata e inspiegabile, emerge quasi naturalmente dal cristallino incedere delle proposizioni logiche che danno forma al testo. “Ma v’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico.” È la quart’ultima proposizione del Tractatus (6.522). Molte le interpretazioni, non è qui mia intenzione andare ad allungare questa teoria. Solo notare che dal più formidabile argomentare logico filosofico della ragione, in un testo che cerca di tracciare i limiti del linguaggio e i limiti del mondo, alla fine del percorso, prima che Wittgenstein preghi i suoi lettori di utilizzare le sue proposizioni come una scala da gettare via dopo esservi ascesi passo dopo passo e prima che inviti in maniera perentoria a tacere su tutto ciò di cui non si può parlare, emerge il Mistico. Ineffabile, indicibile. Ecco allora che la ragione conduce l’uomo fino al limite, ai limiti del mondo, in cui essa trascende se stessa e lascia spazio a ciò di cui non si può parlare. È un’epifania attraverso la ragione. È un passo nella storia della presa di coscienza di sé dell’uomo, del processo veritativo, dell’ampliamento e del riempimento di senso della domanda. Un punto da cui il pastore dell’essere può riprendere il proprio cammino.
