Riflessioni sulla generatività sociale e il potere trasformativo dell'inquietudine organizzativa
“La vita comincia ogni giorno”, così scriveva il poeta Rainer Maria Rilke in uno dei suoi meravigliosi carteggi. Una frase che può aiutarci a marcare la soglia di quell’universo di discorso che chiamiamo generatività sociale. Un passo che, come persone e organizzazioni, siamo invitati con sempre maggiore urgenza a compiere.
È una frase dal potenziale trasformativo e in qualche misura sovversivo, quella di Rilke. Per questo possiamo prenderla a prestito come sottotitolo del progetto Genialis per raccontare, ancora una volta, partendo da un’altra prospettiva, quello che abbiamo in mente e che, insieme a tanti di voi, stiamo cercando di di-segnare. C’è, infatti, in questo progetto, l’ambizione di lasciare un qualche segno sulla tavola del mondo contemporaneo, così ricco di sfide ma anche di possibilità. Le lectures, gli appuntamenti online, le sperimentazioni del Laboratorio, i Quaderni di Genialis vanno in questa direzione. Ce la faremo?
“La vita comincia ogni giorno”
Cosa potrebbe voler dire, per una organizzazione, questa attestazione di fede nella vita del poeta?
È forse possibile sottolineare almeno tre aspetti.
Il primo prende spunto dalla parola “vita”, tema fondamentale nella prospettiva della generatività sociale, il paradigma attorno al quale da anni stiamo circumnavigando. Cosa è vita, oggi, cosa resta della vita, e, per converso, cosa “vita non è”. Come potrebbe suggerirci Italo Calvino con la sua straordinaria capacità di cogliere il punto, nelle organizzazioni “cosa vita non è” finisce per scadere facilmente in un “inferno” luogo dell’invivibilità assoluta, e, dunque di una qualche “morte”. Illuminare quella vita vivente, nominarla, prendercene cura, sporcandosi le menti e le mani, provare a sciogliere i nodi che la soffocano e trasformare gli spazi organizzativi in luoghi di nuova vita: è forse questo, in estrema sintesi, l’intento di Genialis. Oggi nelle organizzazioni restano tante zone d’ombra ereditate dal passato alle quali, purtroppo, si aggiungono le nuove, portato dalle trasformazioni epocali in atto. Cosa può significare la pervasiva digitalizzazione sulla vita lavorativa, sul suo senso, sulla sua qualità e perfino sulla sua dignità? O la crescente mobilità? O, ancora, l’accelerazione continua dei ritmi di lavoro e di vita? Nel provare a capire un po’ di più la vita – e, nello specifico, della vita organizzativa e sociale – desideriamo comprendere, insieme, come restarle fedeli, rispettandone consapevolmente e convintamente le premesse relazionali. L’editoriale del primo numero di Genialis – a cui rimandiamo – ha voluto fare una prima sintesi delle riflessioni e dei ragionamenti sviluppati fino ad oggi e condivisi da molti. Si tratta di ancoraggi importanti dai quali partire per sviluppare nuove piste di ricerca, di formazione e di sperimentazione per coniugare insieme funzioni e senso nelle organizzazioni.
Una seconda riflessione riguarda il verbo “cominciare”. Se la Vita è certamente relazione di interdipendenza con tutti e tutto, essa è anche movimento incessante, eccedente e sorprendente. Parliamo di un verbo centrale nelle dinamiche della Generatività sociale: è quel “mettere al mondo” che racconta visivamente – insieme a “desiderare”, “prendersi cura” e “lasciar andare” – il dinamismo creativo, generoso, fertile che è la Vita. Un dinamismo che siamo tutti richiamati a replicare in sempre nuove, originali forme, come persone, organizzazioni e società. La vita è in sé intrapresa, a pensarci bene, e noi siamo nati per incominciare, sintetizzava Hanna Arendt. Ma quale movimento e quale direzione imprimere al cominciare? Edgar Morin sintetizza con grande efficacia il dilemma che attraversa ogni esistenza, anche la nostra, anche quella delle nostre organizzazioni: la vita quando non genera, inevitabilmente degenera. È una riflessione interessante che ci interpella tanto a livello personale ed esistenziale, quanto a livello organizzativo e manageriale. Cominciare cosa, infatti? E come? E per chi? Ma soprattutto: perché? È evidente che oggi non basta crescere. Oggi siamo chiamati ad accompagnare una crescita non distruttiva che faccia della cura il suo criterio e la sua legittimità (Giaccardi e Magatti, 2024). La direzione conta, eccome.
Ma ritorniamo a Rilke. “La vita comincia”, ci ricorda.
Nuovamente, cosa potrebbe significare per una organizzazione, per una impresa, che “la vita comincia”?
In primo luogo, potremmo intendere queste parole come un invito ad allargare lo sguardo ed uscire dalle logiche autoreferenziali che continuano a restare prioritarie, quando non esclusive, negli obiettivi e negli intenti delle organizzazioni. Si tratterebbe di guardare alla struttura che connette/ci connette e che rende possibile (sostenibile) la nostra vita e quella altrui. Concretamente la vita del creato, l’ambiente e le sue risorse, ma anche la vita delle persone che abitano l’organizzazione e si spendono per essa; di coloro che sono parte vitale delle filiere del valore; dei diversi stakeholder; dei territori e le istituzioni; delle scuole e delle università; delle nuove generazioni. Il cominciare della Vita è, infatti, plurale.
In secondo luogo, affermare che “la vita comincia” può aiutarci a contenere il nostro tendenziale senso di (onni)potenza. Se questa spinta espressiva e realizzativa è a suo modo vitale e motore della crescita, essa ha finito per ribaltarsi in una trappola, dilatando a dismisura l’Io e la sua azione sul mondo. Non è un caso se l’aumento della potenza – facilitata dalla tecnologia e oggi dal digitale –finisce per smarrire il senso e la misura, mettendo “a servizio” le persone in una crescita che appare s-proporzionata e dis-umana.
Affermare che la Vita comincia, e non noi, ci aiuterebbe – come impresa – a ritrovare un baricentro.
La vita – sembra dirci Rilke – comincia anche senza di noi, anche prima di noi.
È una prospettiva che tendiamo a dimenticare, ma che, se recuperata, può aprire la possibilità di vedere la vita per quella che è: un accadere gratuito ed eccedente a cui è impossibile rispondere contabilmente, con uno scambio orizzontale e equivalente.
Liberati da un debito, come ricordava Godbout, ci ritroviamo però ad essere corresponsabili della Vita tout court attraverso altre forme di contribuzione. Detto altrimenti: non potendo ripagare all’indietro, non ci resta che condividere in avanti, con altri, per altri e il futuro.
Ciò richiama una dimensione trascendente che fatichiamo a tenere aperta oggi, schiacciati come siamo dalla forza centripeta della contemporaneità sul solo istante. Attratti dalle tante calamite – contingenze, impegni, scadenze, KPI – nelle organizzazioni il rischio è quello di vivere solo nel brevissimo termine come unico orizzonte possibile.
Servirebbe una buona dose di
umiltà organizzativa (umiltà rimanda ad humus cioè alla terra) per capire che la Vita comincia.
Ma non è questa, forse, la strada per una sostenibilità autentica, non di facciata?
Infine – è il terzo rilievo – Rilke aggiunge un’ultima pennellata al suo quadro. Ci mette accanto un “ogni giorno” apparentemente banale ma che ci aiuta a capire di più la logica (se di logica si può parlare) della Vita.
Fedelmente, con irrazionale testardaggine, nonostante noi e i nostri limiti, la vita accade ogni giorno.
Nella frase di Rilke c’è una promessa quotidiana: qualcosa che non può suscitare stupore e senso del miracolo. La vita comincia ogni giorno, ci aspetta, puntuale, con nuove possibilità per poter ricominciare anche noi, insieme a lei.
Ogni giorno, senza mancare mai all’appuntamento, la vita comincia.
C’è un che di inspiegabile ed eccedente in tutto questo, a meno di scegliere di restare nel cono d’ombra dell’indifferenza o del cinismo, accontentandosi di vivere a testa bassa a correre sui rulli.
Ogni giorno comincia la vita. Anche nelle nostre organizzazioni.
Dove sarà la novità dell’oggi? Saremo capaci di sguardi raffinati per cogliere l’inatteso e l’inedito, l’imprevedibile, oltre la routine, le procedure, la ripetizione?
Le parole di Rilke suonano da monito a non trattare ogni giorno come una replica, uno schema già scritto. A non soffocare quel genio che ha modellato l’impresa italiana.
Se la vita comincia ogni giorno, non possiamo non dare valore ad ogni giorno e ad ogni iniziare, anche quello più anonimo. La vita sottrae ogni giorno alla forza dell’ovvietà per restituirlo alla capacità creativa di ognuno di farne un qualcosa di bello – perché no? – un capolavoro.
Siamo tutti artisti che si giocano un margine di libertà nel marmo del tempo.
Se rimettiamo insieme la frase, l’invito ci arriva con impressionante potenza.
La vita comincia ogni giorno.
È possibile adottare questa frase come criterio del ben essere e ben fare della nostra vita organizzativa? Potrebbe essere questo il cuore pulsante di un’alleanza nuova attorno ad un nuovo vivere organizzativo?
È in fondo questo che ci racconta la Generatività sociale e la direzione in cui si muovono le proposte di Genialis che stanno attirando l’interesse di realtà molto particolari nel panorama delle organizzazioni.
Qualcuno di noi, con una felice intuizione, le ha chiamate “inquiete”. Sono così le organizzazioni che cerchiamo quali compagne di viaggio.
Organizzazioni insonni, che non si accontentano, e si rigirano nel letto, la notte, alla ricerca di qualcosa di più.
Organizzazioni, recalcitranti all’ovvietà dei binari lungo i quali il divenire è spinto.
L’inquietudine, allora, ci appare la sana postura delle organizzazioni contemporanee.
Non movimento per il movimento, dunque. Bensì la non-quiete come possibilità di vedere il cominciare quotidiano della vita e di accompagnarlo.
Se la “quiete” è fatta di regole, standard omologanti, routine rassicuranti, procedure spersonalizzanti, indicazioni decontestualizzate, intelligenze esclusivamente artificiali, valori binari, geometrie invariabili, scritture dentro i margini e le righe, l’inquietudine è ricerca di vie di fuga, cioè di nuove modalità per iniziare un nuovo giorno.
Rilke ci ha aiutato a trovare una bella definizione.
Forse le organizzazioni inquiete sono quelle che ci stanno provando ad arginare sempre più la non-vita; quelle in cui ancora si pensa, dialoga, investe, lavora, costruisce affinché la vita possa cominciare davvero, per tutti, ogni giorno.
