“Due guerre alle porte d’Europa costantemente in procinto di espandersi, le previsioni sempre più angoscianti sul cambiamento climatico, l’attesa della prossima pandemia… Mai come oggi il mondo ci appare sull’orlo di un baratro profondissimo, a un passo dalla sua distruzione. Ma è davvero così?
Uno sguardo più attento e distaccato non esiterebbe a valutare questa previsione come irrealistica, ricordando che non è la prima volta che l’umanità è chiamata ad affrontare sfide epocali. Allora, forse, la chiave di lettura del nostro presente è racchiusa proprio nell’origine di questa paura, in quel senso di smarrimento profondo che proviamo contemplando il futuro.
Se ci fermiamo un momento a riflettere, realizziamo come questa incertezza sia resa ancora più paradossale dall’essere vissuta in un’epoca in cui le potenzialità del progresso dovrebbero rassicurarci sulla nostra capacità di rispondere a qualsiasi crisi. Eppure, le immense conquiste tecnologiche, la possibilità di disporre di terabyte di informazioni in tempo reale, le inedite risorse economiche, anziché darci fiducia sembrano essere parte del problema, rendendo il mondo ancora più indecifrabile e complesso. Tutto ciò si riflette nel modo in cui ci confrontiamo con uno dei tratti più radicati ed essenziali della natura umana: il conflitto. Dinnanzi ad una guerra, così come ad un confronto acceso tra forze politiche, oggi sembriamo sempre meno capaci a reagire e ad agire: i nostri comportamenti si limitano ad invocare una generica fine di ogni contrasto, pur consapevoli che difficilmente i cartelli con la scritta “cessate il fuoco” si riveleranno da soli una strategia efficace.
Per comprendere le origini di questo disorientamento dobbiamo guardare indietro nel tempo di almeno 30 anni, per osservare un evento chiave della nostra contemporaneità: la fine della Guerra Fredda. Lo sgretolamento dell’Unione Sovietica coincideva con la credenza che la storia fosse davvero giunta alla fine. Una convinzione condivisa da molti e descritta in maniera celebre dal politologo americano Francis Fukuyama. Dopo secoli di lotte tra popoli e ideologie, il confronto finale tra le due superpotenze rimaste si era risolto in maniera naturale a favore del modello democratico liberale. Senza il pericolo imminente dell’autodistruzione ci si poteva finalmente dedicare ai diritti dell’uomo, alla sua salute, al suo benessere. Prosperità e sicurezza erano per la prima volta alla nostra portata in un nuovo ordine globale fondato sui valori rappresentati dalla storia e dalla civiltà occidentali. Certo il progetto non era completato: esistevano realtà arretrate e marginali in cui i benefici goduti nelle nostre società non erano ancora arrivati. Pezzi di mondo in rapida evoluzione avevano appena cominciato ad aprirsi all’economia di mercato, ma eravamo certi che la promessa della prosperità avrebbe conquistato anche gli indecisi.
L’errore non è stato considerare questi sviluppi come possibili, lo erano davvero nel 1992. Piuttosto pensare che fossero eterni: che il modello di democrazia una volta giunto all’apice non avrebbe avuto bisogno di nient’altro che della propria esistenza per mantenersi un riferimento cardine per l’umanità. Ci siamo dimenticati che quello stesso modello era prosperato proprio perché messo costantemente alla prova del tempo. Era stato forgiato dalla minaccia del totalitarismo, discusso e criticato da quegli stessi pensatori che ne applicavano convintamente i principi. La democrazia nasceva dal conflitto e solo nel conflitto poteva rafforzarsi.
Preda di questa amnesia, abbiamo chiuso gli occhi in uno stato di euforia, passando dal sogno di un mondo ideale al sonno del tempo presente. Se avessimo vegliato, avremmo visto che le realtà che supponevamo così remote e “di contorno” includevano una larga parte della popolazione del pianeta, mentre quelle che consideravamo desiderose del nostro stile di vita avevano altri progetti. Fino a quando queste identità tanto diverse sono venute a bussare alla nostra porta così violentemente che siamo stati svegliati quasi di soprassalto, aprendo gli occhi su un mondo che non riconosciamo più. Un mondo di de-globalizzazione, di nuove cortine di ferro e nuovi contrasti, nel quale ci troviamo incapaci di costruire modelli di confronto alternativi e costruttivi, non solo con le identità che premono ai nostri confini, ma persino con le diverse opinioni e prospettive che compongo la nostra società.
È un mondo in cui abbiamo paura di qualsiasi genere di conflitto, non riconoscendo in quest’ultimo il motore che ci permette di immaginare e progettare futuro. Rimpiangiamo, al contrario, l’illusione della tranquillità che dava forma al sonno in cui vorremmo tornare. Rimaniamo atterriti di fronte ad ogni attrito e difformità, tanto da alzare muri per cercare di isolarci in uno spazio di relativa sicurezza, lasciando fuori qualsiasi tempesta. Così facendo, tuttavia, abbiamo bandito anche il “nomos”: la legge che ci permetteva di trasformare lo spirito del confronto in uno spazio d’ordine condiviso, in cui norme e istituzioni erano capaci di limitare e regolare lo scontro, rendendolo un progetto politico incruento e funzionale.
La strada per affrontare le sfide conflittuali del presente passa necessariamente anche da questo aspetto più “intimo” della nostra società. Dobbiamo smettere di illuderci che tutto tornerà come prima: nessun leader, nessun miracolo dell’ultima ora, nessun appello alla ragionevolezza riporterà indietro le lancette dell’orologio agli anni ’90. Il nostro compito è ben più impegnativo e oneroso: prendere atto che ci troviamo in una posizione scomoda quanto inedita, la cui durata è ancora indefinita, ma da cui usciremo solo costruendo un approccio culturale nuovo, adatto al tempo in cui viviamo.
Riconoscere che il conflitto è parte imprescindibile e costituente di quest’epoca è un primo passo. Accettare la natura conflittuale del mondo non significa, tuttavia, accettare in alcun modo l’inesorabilità della guerra, bensì il suo contrario. Il conflitto è per definizione relazione: all’opposto dei sempre più angoscianti e distruttivi eventi bellici contemporanei, non si basa sulla dicotomia del male contro il bene, non appiattisce l’identità dei contendenti sull’irrisolvibile piano morale ed esistenziale del buono contro il cattivo. Tali sono le parole della propaganda di guerra che cerca di ridurre a una sola dimensione l’essenza di chi si trova nella trincea avversaria per convincerci ad uccidere un “nemico” reso tanto malvagio quanto impersonale. Oggi, al contrario, siamo chiamati a concepire il conflitto attraverso un approccio paradossalmente ancora più “scomodo” in quanto passa dal riconoscimento della complessità dell’identità dell’“altro”. Dobbiamo compiere l’incredibile sforzo di concepire l’intreccio di costrutti dinamici che determinano ogni individuo e ogni comunità umana: una molteplicità di interessi, culture, credenze, memorie storiche e traumi.
Un compito arduo, in particolare considerando che non esiste un singolo metodo capace di rendere questo approccio culturale efficace sempre e ovunque. Anzi, riconoscendo che il fallimento è un’opzione che deve essere contemplata. Tale consapevolezza sarebbe in sé un buon progresso. Il tentativo di creare uno spazio di relazione è già un punto di orientamento che ci consente di vedere al di là del muro del nostro smarrimento. E chissà che, una volta arrivati lì, anche il resto del cammino non ci appaia un po’ più chiaro.
