In un’epoca segnata dalla crisi di fiducia nelle istituzioni e dall’emergere di nuove forme di leadership populista e mediatica, Il coraggio e la visione si propone come un contributo rilevante alla riflessione sociologica sulla leadership contemporanea.
Gianfranco Di Pietro e Andrea
Lipparini offrono una lettura originale della leadership come processo generativo: il volume non è un manuale di management, ma un percorso che intreccia storia, psicologia organizzativa e cultura d’impresa per mostrare come coraggio e visione possano nascere soltanto dentro un campo relazionale vivo. Gli autori superano la riduzione della leadership ad un insieme di qualità personali, interpretandola invece come una pratica sociale, radicata in dinamiche di consapevolezza, riconoscimento, consenso e comunicazione.
Coraggio e visione: i due poli concettuali
L’analisi si sviluppa attorno a due poli, già annunciati nel titolo. Il primo è il coraggio, inteso come capacità del leader di assumersi rischi e responsabilità, mostrando pubblicamente fermezza e determinazione. Il secondo è la visione, che apre a uno spazio interpretativo più ampio: la facoltà di proiettare scenari futuri e mobilitare energie collettive attraverso narrazioni capaci di generare senso condiviso. In entrambi i casi emerge la dimensione performativa: il leader non è soltanto chi decide o immagina, ma chi sa “mettere in scena” il proprio ruolo, trasformando il gesto politico in atto simbolico.
Alessandro Magno come paradigma
In questo quadro, la figura di Alessandro Magno diventa un riferimento emblematico: leader capace di coraggio, carisma e visione strategica, ma anche segnato dal limite di una leadership progressivamente distaccata dai suoi soldati.

Furono proprio loro, le braccia e le gambe che lo resero “Magno”, a rifiutarsi di seguirlo oltre, deponendo esausti le armi lungo un fiume dell’India.
La parabola di Alessandro mostra come un leader che non intreccia il proprio sogno con quello della collettività rischi di trasformarsi in un eroe solitario, prigioniero della propria ambizione. Benedetto Vigna, nella prefazione, sintetizza così: “È vero che le persone seguono i leader, ma è anche vero che i leader devono farsi seguire dalle persone”.
Leadership e riconoscimento
Questa prospettiva invita a riflettere criticamente sulla fragilità e l’ambivalenza della leadership contemporanea. Da un lato, la sua forza nel dare direzione e creare comunità; dall’altro, la sua dipendenza dal riconoscimento, dalla compliance, che può tradursi in spettacolarizzazione e perdita di significato. Forza e ambizione racchiudono molteplici possibilità di “mettere al mondo” e generare futuro, ma la loro inscindibile relazione con il consenso rischia di indebolirle. Non a caso il termine consensus deriva da con-sentire, “sentire insieme”: la natura stessa del leader è utilizzare carisma e volontà per aprire la strada ad una voce collettiva.
Tra le questioni affrontate dal volume – digitalizzazione, de-carbonizzazione, intelligenza artificiale, tra le altre – emerge con forza la necessità di una leadership rinnovata.
Accompagnare nella relazionalità
Il libro richiama l’episodio di Alessandro sull’Ifasi, narrato anche da Baricco (2016):
“Ai confini del mondo i soldati dissero no.
Alessandro fece uno dei suoi discorsi più memorabili al suo più esperto generale.
E questo disse no.
Tornarono indietro, senza sconfitte.
Non aveva una storia sufficiente a
portare quegli uomini più avanti.
Aveva la forza militare, il carisma, la
visione, i soldi; aveva il suo esempio, ma non riuscì a portarli oltre
quel fiume.
Non capivano perché dovevano farlo.”
Questo è il paradosso di ogni leadership: “Si possono vincere tutte le battaglie e, tuttavia, perdere il consenso” (p. 11).
Quando la motivazione si spegne, il legame emotivo si allenta e il viaggio condiviso diventa insostenibile: persino chi ha amato profondamente la propria guida può allontanarsi e smettere si sostenerla. Nei momenti sospesi tra entusiasmo e delusione, anche i leader più influenti devono confrontarsi con cuore e mente di chi li circonda. Per questo, l’invito degli autori ai leader di oggi è di sviluppare intelligenza emotiva e creare ambienti relazionali in cui tradizione e innovazione possano convivere. Motivazione, dal latino motus, significa “muoversi”: ecco perché la leadership richiede capacità di accompagnare, non soltanto guidare. Il capitolo introduce in questo modo i temi che attraversano l’intero libro: costruire spazi di parola, non soffocare il dissenso, sostenere le persone nei cambiamenti, coltivare relazioni basate sulla fiducia. Massimo Recalcati, citato dagli autori, sottolinea che per costruire un’organizzazione generativa il leader deve preservare non solo regolamentazione e gestione, ma anche il desiderio di un futuro comune. In questo frangente si inserisce il concetto di “sicurezza psicologica” di Amy Edmondson: un clima in cui le persone possono esprimere idee, porre domande, condividere preoccupazioni e ammettere gli errori senza paura. Questo non è un concetto astratto, ma una leva concreta per liberare creatività e innovazione.
Il cambiamento

“Il cambiamento, per essere accettato, va addomesticato. Le persone devono percepirlo come un’opportunità di crescita. Una trasformazione autentica non tradisce i valori fondanti dell’organizzazione” (p. 122).
Vigna, CEO di Ferrari, storica casa automobilistica italiana, crede profondamente nel valore delle idee che possono nascere a ogni livello e le raccoglie in modo sistematico, coltivando spazi sicuri per il dissenso: i team migliori sono quelli che collaborano apertamente, discutono in modo costruttivo e partecipano alla creazione di un clima in cui le critiche sono accolte. Secondo gli autori il leader generativo è innanzitutto un costruttore di ambienti relazionali e sociali in cui le diverse prospettive vengono valorizzate, ed è ciò che Vigna sta coltivando con coraggio e visione: segnalare ciò che non funziona, trasformare le difficoltà in apprendimento, fare del cambiamento una responsabilità condivisa. In questo, la vulnerabilità e l’umanità del leader diventano terreno fertile per la crescita: raccontare le proprie difficoltà apre un terreno comune e rende più facile comprendere e farsi comprendere.
La leadership tra narrazione e azione
Lo storytelling è uno strumento fondamentale della guida: orientare l’immaginazione e motivare all’azione è cruciale per i leader. Alessandro Magno lo aveva compreso: l’analisi razionale non bastava a galvanizzare i suoi uomini, bensì occorreva intrecciare decisioni strategiche con narrazioni potenti, capaci di dare senso collettivo a fatica, rischio e sacrificio. Tuttavia, spingendo i suoi soldati allo stremo, commise l’errore che gli risultò fatale. Qui è possibile notare come il valore dello storytelling emerga con chiarezza: non è solo descrivere azioni, ma trasmettere emozioni e creare una realtà condivisa. L’analisi spiega, ma non ispira, la storia invece genera energia ed entusiasmo. Alessandro, evocando Achille e gli eroi della classicità, trasformava obiettivi politici e militari in narrazioni legittimanti e coesive: raccontare significava far intravedere un futuro comune.
Il leader che padroneggia l’arte del racconto pone le persone al centro, le trasforma in attori e non in comparse. Per le organizzazioni contemporanee lo storytelling ha la stessa funzione generativa: tradurre sfide e innovazioni in storie di trasformazione, capaci di orientare l’impegno e alimentare il senso condiviso. Ma questa risorsa richiede manutenzione costante: quando la narrazione perde forza o non intercetta più i bisogni dell’organizzazione e dei suoi membri, la realtà condivisa si dissolve.
“Sensemaking” e “Sensegiving”
Dopo la costruzione epica della grandezza macedone, la “svolta persiana” segnò un momento decisivo: Alessandro si presentò non più come vendicatore, ma come legittimo successore dei re persiani, adottandone simboli e cerimonie. Questa scelta aveva una ratio chiara – governare come sovrano universale – ma non fu compresa dai suoi soldati, cresciuti nel culto della superiorità greca e in attesa di gloria e bottini. Il cuore del problema non era la competenza dei nuovi arrivati, ma l’identità: i Macedoni percepivano di essere sostituiti. Alessandro non seppe esplicitare criteri di inclusione, né spiegare le ragioni profonde della sua trasformazione. Qui emerge il nodo del sensegiving: la capacità del leader di dare senso e orientamento ai cambiamenti, affinché la comunità non solo li comprenda, ma vi si riconosca.
La lezione per i leader di oggi è evidente: una leadership generativa non può limitarsi alla visione brillante, ma deve custodire le radici senza restarne prigioniera; osare con consapevolezza dei limiti propri e altrui; garantire trasparenza nelle regole dell’inclusione. Il leader è chiamato a spiegare costantemente il senso del cammino, non soltanto a indicarne la direzione.
Identità e continuità
Gli autori intrecciano storia e metafora, illuminando il tema dell’identità collettiva con il paradosso della nave di Teseo: modificare la sostanza senza toccare la forma consente davvero di preservare l’identità originaria? La risposta dipende dalla capacità del leader di plasmare la narrazione (sensemaking) e orientare le persone (sensegiving). In assenza di questi processi, il rischio è che la sostituzione progressiva di membri, regole e valori produca perdita di identità e tensioni. Questa lezione è di grande attualità: la leadership non può limitarsi a introdurre innovazioni strutturali, ma deve curare la dimensione simbolica e narrativa per mantenere un senso di continuità nel cambiamento.
Cosa significa essere un leader generativo
In definitiva, non esiste una risposta univoca; il volume suggerisce che il vero atto eroico del leader oggi non consiste solo nel guidare, ma nel proteggere comunità e valori, agendo con abnegazione e versaltilità. L’eroismo non ha tratti spettacolari, ma si manifesta nella dedizione quotidiana.
La categoria dell’aristèia – il momento culminante dell’azione eroica – diventa una chiave interpretativa: per alcuni coincide con la vittoria materiale, per altri con la crescita delle persone e delle organizzazioni. Gli autori sostengono che oggi servono modelli fondati su rispetto, dedizione e valorizzazione della diversità. La leadership autentica implica un viaggio interiore di conoscenza di sé, resilienza e apertura al cambiamento, richiede sintonia con i bisogni delle persone, capacità di generare coesione. La vera grandezza risiede forse nel lasciare un’impronta che migliori la vita degli altri, facendosi “guide vicine”.
Giochi finiti e giochi infiniti: quale obiettivo per i leader?

In definitiva, non esiste una risposta univoca; il volume suggerisce che il vero atto eroico del leader oggi non consiste solo nel guidare, ma nel proteggere comunità e valori, agendo con abnegazione e versaltilità. L’eroismo non ha tratti spettacolari, ma si manifesta nella dedizione quotidiana.
La categoria dell’aristèia >Nel capitolo finale gli autori riprendono la distinzione di James Carse – resa popolare in chiave manageriale da Simon Sinek – tra giochi finiti e infiniti. Nei giochi finiti i giocatori sono noti, le regole prestabilite e l’obiettivo è vincere; nei giochi infiniti i partecipanti possono cambiare le regole e il fine non è prevalere, ma continuare a giocare e innovare.
La parabola di Alessandro mostra l’ambiguità di questo schema: le sue imprese rispondevano a logiche finite, ma il suo orizzonte era potenzialmente infinito. Il conflitto con i soldati scaturì dal disallineamento: per i Macedoni la vittoria segnava la fine del gioco; per Alessandro, l’inizio di una nuova sfida. Anche oggi, quando il leader pensa in termini infiniti e i collaboratori in termini finiti (o viceversa), si crea un divario che mina la coesione. La formula possibile consiste nel continuo riallineamento tra leader e seguaci, attraverso ascolto, dialogo e costruzione di una visione condivisa. È in questo patto, fragile ma essenziale, che si gioca la possibilità di generare futuro per le imprese.
Marta Guerreschi
Psicologa, psicoterapeuta in formazione, ricercatrice.
