QUESTION TIME

Il libro ai tempi dell’Intelligenza Artificiale

Che futuro avrà il libro nell’era dell’intelligenza artificiale?

La natura proiettiva e riflessiva della lettura, in apparente conflitto con la brevità e l’isteria di una certa comunicazione contemporanea, è sopravvissuta a numerose rivoluzioni. Il mezzo Libro ha affrontato tecnogenesi e rivolgimenti, è sopravvissuto al cambiamento continuo e spasmodico della fruizione e tutto ciò che l’avvento della post-modernità ha comportato. Ma quale ruolo ricoprirà nell’epoca dell’AI? Quale sarà il suo destino in un Paese che legge sempre meno?


Immaginare quale sarà il futuro del libro in questo tempo di svolte così radicali da poter sensatamente essere definite “epocali” è davvero un’impresa tanto ardua quanto inane: tutto quello che vediamo accadere intorno a noi nel mondo della comunicazione del pensiero sembra congiurare contro il libro, strumento che della trasmissione del sapere, della formazione, dell’intrattenimento è stato per secoli (millenni?) lo strumento principe. Dunque, il libro sta morendo, sotto l’assedio dei nuovi e potentissimi strumenti di comunicazione generati dalla digitalizzazione? Forse… o forse no: di morte del libro si è tornati a parlare, nel tempo, più e più volte: delle remote origini di questo straordinario oggetto sappiamo tutto sommato assai poco, almeno con certezza.

Sappiamo invece tutto del libro moderno, quello nato dalla epocale (quella sì!) invenzione gutenberghiana, che grazie a un cambio radicale di paradigma nella realizzazione del manufatto ampliava in misura sbalorditiva il potenziale di produzione di stampati, con l’inevitabile effetto di produrre di più, a minor costo, per un pubblico molto più ampio.
È significativo notare che già agli albori dell’affermazione del libro si manifestarono i pericoli per la sua esistenza, tanto da proporre più volte, nel lontano passato, la fatidica domanda: ci sarà un futuro per il libro?

La riflessione si pose già agli esordi della stampa, quando insieme all’evidente potenziale di diffusione delle idee generato dal libro iniziò un uguale e contrario movimento di ostilità nei confronti di questo oggetto, culminato nella censura. Certo, per un paio di secoli il libro restò l’unico è più potente strumento di diffusione delle idee ma quando nella seconda metà del Seicento e soprattutto nel primo Settecento arrivarono i giornali e i periodici sulla scena si levarono voci a preconizzare la morte dei libri. E invece no. I giornali diventarono molto importanti ma libri restarono e restano vivi (anzi, lo stato di salute dei libri, oggi, è senz’altro migliore di quello di giornali e riviste.

”I libri moriranno” vi fu chi lo pensò a più riprese nel Novecento, quando tecnologie rivoluzionarie quali la radiofonia e ancora più la televisione, nella quale alle parole della radio si sommavano le immagini in diretta, sembrarono poter assolvere alle necessità di conoscenza e intrattenimento del pubblico. Invece no. La radio e la televisione trionfarono, diventarono importantissime, ma i libri resistettero. Ma è con l’arrivo, negli ultimi decenni del secolo, dell’invenzione che rappresenta davvero un cambio totale di paradigma, ovvero Internet, che oltre a consentire la trasmissione dei contenuti (testi, immagini, filmati, voci…) permetteva di metterli in relazione tra loro, di connetterli, che da più parti si lavarono voci che con sicurezza affermavano: “Adesso sì che i libri moriranno”.

Internet rappresentava una fonte praticamente inesauribile di contenuti, e sostituiva molte precedenti forme di comunicazione, ma anche di fronte a questa svolta davvero epocale i libri paiono resistere, come resistettero anche a quel naturale frutto della digitalizzazione dei contenuti che sono stati gli e-book, oggetti che proponevano un altro modo di fruire i testi; e, questa volta, anche molti tra i produttori stessi dei libri, gli editori, sembrarono in un primo tempo cedere alla speranza o all’illusione che il vetusto, antico libro di carta sarebbe morto. 

descrizione
Jean de Bosschère – 1921
Ma anche questa volta (forse possiamo già prenderlo come un dato assodato, definitivo) il libro cartaceo è sopravvissuto all’attacco del nuovo mezzo.

Tutta questa lunga premessa è per mostrare come i libri si siano dimostrati capaci di resistere a diverse “morti annunciate”: a dispetto di tante ragionevoli ipotesi sulla fine dei libri, essi sono ancora qui, tra di noi, ad esercitare la loro indispensabile funzione. I libri di carta continuano ad affollare i banchi delle librerie, le piattaforme di vendita online e, soprattutto, gli scaffali di lettori e lettrici.
Se il libro cartaceo non è (ancora) morto, sarebbe tuttavia miope non vedere come le nuove tecnologie generate da internet stanno avendo e avranno su di esso un impatto decisivo. Non pochi ambiti dell’editoria, infatti, sono già stati, e duramente, attaccati dall’arrivo di internet. E sono stati sconfitti. È accaduto, ad esempio, a un settore importantissimo dell’editoria quale quello dei reference, termine con cui vengono identificati nel mondo anglosassone i libri di consultazione, d’uso: enciclopedie, collane a più volumi sui temi della storia, dell’arte, della scienza (le cosiddette grandi opere), dizionari, lemmari, raccolte di leggi…. insomma, tutto il vasto mondo della produzione editoriale finalizzata a pubblicare strumenti pratici, da interpellare al bisogno, per cercare un’informazione, il significato di una parola o la sua traduzione, il testo di una legge, il precedente di una sentenza.
Insieme a questo genere di libri, va detto a margine, scomparirono rapidamente molti altri prodotti della carta stampata, periodica e non, dagli elenchi telefonici agli orari dei treni.

A causare la scomparsa di tutta questa vasta gamma di pubblicazioni, che avevano arricchito nel tempo i vari editori, contribuì fattivamente la nascita di uno strumento come Wikipedia, cui dobbiamo riconoscere la prova concreta di come la rete possa essere realmente una minaccia per la sopravvivenza di parte dell’editoria “tradizionale”. Altri settori editoriali non sono morti con l’affermazione della rete ma ne hanno tuttavia risentito in maniera significativa, riducendo molto il proprio peso sul mercato. Vale la pena ricordare, per tutti, l’ambito delle guide turistiche cartacee, che era stato a lungo un comparto dell’editoria estremamente vivo e redditizio.

Ma l’ultima tappa di questi impetuosi cambiamenti causati dalla rivoluzione digitale sembra avere, almeno sulla carta, un impatto davvero forte sull’editoria: si tratta dell’intelligenza artificiale, nello specifico quella cosiddetta generativa, che è in grado di creare testi, storie, saggi, senza l’intervento diretto di un creatore, di un autore.

Che l’intelligenza artificiale generativa sia in grado di produrre contenuti anche complessi in modo autonomo è ormai pacificamente assodato. Che questi contenuti possano assumere forma di libro cartaceo del tutto simile a quello della tradizione è altrettanto scontato. Se i volumi così costruiti siano da considerare “libri” a tutti gli effetti è invece una faccenda ancora tutta da analizzare, anche se per ora ciò viene fatto ricorrendo a criteri di giudizio tutto sommato vetusti. E, al netto di ciò, decidere a tavolino, oggi, se quelli generati/generabili dall’Intelligenza artificiale siano libri veri e propri è forse poco interessante oltreché improduttivo ai fini di un’analisi degli scenari che si prospettano.
Certo, quelli generati dall’intelligenza artificiale sono/saranno a tutti gli effetti oggetti fisici, fruibili alla lettura… dunque libri.
Pare proprio che l’intelligenza artificiale sia in grado di creare storie, trame, personaggi e dunque di assolvere almeno a una parte delle funzioni che il libro ha sempre tipicamente ricoperto nella sua storia. Dunque, di fronte alla (un poco riduttiva) domanda: “Sarà l’IA in grado di produrre libri senza l’intervento di autori e autrici?” la risposta sembra essere inevitabilmente positiva.

Altra faccenda è stimare quale sia/potrà essere la qualità di quei libri, quale la loro capacità di incidere nel dibattito culturale, di restare vivi e importanti nel tempo. Ma a queste domande è forse illusorio provare a dare oggi una risposta sensata.
Quello che invece possiamo già ipotizzare con una certa dose di sicurezza è che l’IA avrà sempre più impatto sul modo di fare i libri, sulla catena produttiva, sull’industria che i libri li crea; in una parola, sull’editoria.
Intere fasi della lavorazione del libro stanno già per essere interessate dalla fenomenale capacità dell’IA di risolvere problemi, offrire soluzioni veloci, semplificare processi. Solo per fare alcuni esempi, possiamo pensare che lavori quali la traduzione dei testi stranieri da pubblicare, l’editing, la preparazione di apparati, indici e rimandi testuali, la produzione di immagini per le copertine (e la stesura dei relativi testi che le corredano), l’elaborazione delle stime di vendita dei titoli pubblicati e l’analisi dei risultati economici dei programmi editoriali, siano solo alcuni degli esempi nei quali questo potente arcipelago di potenzialità straordinarie che è l’intelligenza artificiale potrà essere efficacemente (e rapidamente) impiegato.

Dunque, se parlare con un minimo di concretezza di che cosa diventerà il libro in quanto tale nell’era dell’intelligenza artificiale pare assai prematuro, sembra invece molto concreto il ragionare fin d’ora su come questa somma di tecnologie inciderà (e in modo determinante, anche in termini occupazionali) sull’industria che i libri li fa e di libri vive, l’editoria.

Per il libro in quanto tale, invece, forse possiamo non preoccuparci troppo; il libro è arrivato indenne fino a noi attraversando non poche e non piccole minacce: forse sopravviverà, anche questa volta.

Immagine di Alberto Conforti

Alberto Conforti

Giornalista professionista, tra il 2000 e il 2014 è stato Direttore editoriale di Mondadori Electa. Dal 2015 è docente presso l’Università degli studi di Parma come professore a contratto di “Storia della stampa e dell’editoria” di “Tecniche di editoria”. Ha collaborato come docente al Master editoriale della Fondazione Mondadori di Milano, all’Università di Milano, all’Università di Pavia.