Due semplici idee stanno alla base di questa breve riflessione: la relazione fra educazione e saggezza, la relazione fra educazione e libertà. Si può generare oggi una specie di saggezza nell’educare? Perché la saggezza, come l’educazione, non è una specializzazione: è la sede della libertà. Possiamo dire che l’educare è già in sé un atteggiamento che richiede saggezza; quindi, rimettere al centro la questione dell’educare, nel rapporto fra le generazioni e nella priorità dei valori umani, è un modo di rigenerare una società e una cultura e di aprirci davvero ad un nuovo millennio dove siamo più vivi, più umani, dove l’arte della vita è l’intrecciarsi di una conoscenza vera, di un’azione giusta e di una vocazione unica. Privilegiare la questione dell’educazione significa attivare oggi processi di trasformazione che danno importanza al senso, piuttosto che alla funzione in tutte le relazioni: personali, familiari, istituzionali. In un tempo in cui il progresso umano si identifica totalmente con il processo scientifico e il sapere si confonde con l’erudizione, proporre la via della saggezza e dell’educazione significa recuperare il rapporto con il “tutto”, con la realtà intera, dove teoria e pratica si incontrano, azione e contemplazione si abbracciano, perché mai come in questo tempo l’uomo ha bisogno di liberarsi dal suo pericoloso e superbo isolamento dal mistero della vita, degli altri e del cosmo.
Perché tutto è collegato con tutto.
In cosa consistono la saggezza e l’educazione? Qual è il senso di questa relazione? Entrambe queste dimensioni umane aprono alla ricerca di un “di più” nella vita, nel gusto nell’arte della vita; entrambe ricercano la pienezza, la felicità e fanno i conti con la tristezza, la sofferenza e la fragilità, ma sanno che, pur vivendo tutto questo, si può riuscire a non esserne travolti, ma anzi se ne può estrarre profondità di vita. Interpretando l’esistenza come un percorso dove l’uomo può divenire ciò che è chiamato ad essere. Entrambe – saggezza e educazione – concepiscono l’essere come una mancanza d’essere e come una vocazione all’essere, in maniera piena e feconda. Infine, entrambe custodiscono il nostro sogno di essere veramente umani. L’atteggiamento di una saggezza dell’educazione, o di un’educazione alla saggezza, lo possiamo definire “generativo”. Si tratta di un atteggiamento in cui è implicata direttamente la libertà umana come una sorta di appello dell’essere; richiede coscienza, consapevolezza dell’essere reciprocamente relazionati; è un processo personale, certamente, ma chiama in gioco tutti i pronomi personali che formano il senso globale e concreto del nostro esistere.L’educazione è sempre uno sguardo di libertà, mai di possesso, e tantomeno di controllo.
Perché oggi si fa così fatica a riconoscere questa che sembra una dimensione di buon senso? Perché nel tempo della libertà di tutti e per tutti si fa così poca esperienza della libertà del proprio essere?
Sembra che le molte conquiste della modernità e le trasformazioni che ci hanno coinvolto non abbiamo intaccato il tema profondamente drammatico del potere: siamo ancora tutti bloccati, e ancora di più nella società post-pandemica, dalla questione del “potere del nostro io”. La libertà oggi sa solo esprimersi come libertà di potenza del proprio io o come sottomissione della libertà allo strapotere del sistema tecnico, moltiplicando dispositivi sempre più raffinati ed intangibili a servizio dell’individuo. In questo senso, al di là delle retoriche del momento, ci sembra che siamo usciti dalla pandemia nel peggior modo possibile: uno si sente tanto più libero quanto più è in possesso di mezzi che invece di espandere la sua libertà la controllano, la limitano, diventano drammaticamente le sue catene.
L’educazione è una dimensione culturale, politica e spirituale di una comunità, sempre, non un’intenzione morale, seppure animata dalle migliori intenzioni, di una singola persona o istituzione.
Nella società in cui è vero ed esiste solo ciò che si vede, inoltre, non c’è nessuno spazio per l’invisibile, se non in pseudo immaginari costruiti sempre dalla tecnologia; non c’`è nessuno spazio per il mistero, l’imponderabile, il non previsto… invece l’educazione si nutre proprio di tutto questo: educare è accettare insieme il rischio dell’esistere e non rincorrere l’illusione del consistere; è vivere le relazioni in una sospensione ardita e quasi incosciente tra il già e il non ancora.
Educazione e libertà
Educazione e libertà, sono due parole fondamentali del nostro vivere, spesso non comprese nel loro significato più genuino o addirittura manipolate e svuotate di senso, banalizzate. C’è, tra esse, una relazione importante, anzi necessaria, soprattutto oggi.
L’educazione è l’esperienza relazionale che accompagna il venire al mondo del mistero del “figlio”, la relazione generativa per eccellenza. Per “figlio” si intende l’altro che sta dentro di me, che non mi è indifferente, che mi ri-guarda. In questa relazione, che è una vera avventura, c’è una compromissione integrale e integrata, personale (singolare e plurale) di corpo, spirito e intelletto.
Anche la libertà è una relazione. C’è sempre una libertà di, per, con, da… La libertà individuale concepita in senso assoluto non esiste, è un’illusione mortifera; la mia libertà è sempre la libertà dell’altro. Educazione e libertà hanno dunque una stretta relazione di senso.
In una società funzionalista, in cui il “senso” risulta persino imbarazzante, educazione e libertà per come le abbiamo precedentemente intese, vivono in una costante emarginazione. La libertà è stata ridotta a “libertà di scegliere”, chiaramente scegliere e consumare ormai sono sinonimi, scegliere tra i beni e servizi che qualche altro ha pensato per te. L’educazione da noi è ormai sinonimo di formazione, istruzione, addestramento, informazione, apprendimento. Siamo molto lontani dall’esperienza di educazione come pratica di libertà. Questo oggi non riguarda solo la scuola, che ha preso ormai da decenni questa china, ma anche l’esperienza di moltissime famiglie e associazioni.
Un indicatore di un percorso di libertà/liberazione è il linguaggio.
Il linguaggio sconvolge, rifiuta di essere racchiuso all’interno di confini, e, contro ogni imperialismo culturale, invita a trasformare le nostre parole in un discorso contro-egemonico. Il linguaggio è una condizione della libertà e una sfida per l’educazione.
Hannah Arendt parlava dello sviluppo di un dominio linguistico, che con la manipolazione delle parole e del linguaggio esercita un’influenza sulla vita delle persone che ne oscura progressivamente le capacità autonome di produrre immagini, rappresentazioni e parole.
Hannah Arendt , 1958
Nell’era della comunicazione digitale, che offre molte possibilità e anche tanti rischi, l’educazione dove deve mirare?
Se la posta in gioco dell’educazione è formare uomini liberi, che non siano soggiogati dall’altrui dominio, non tutti i modelli educativi fanno al caso.
Un grande educatore qual è stato Danilo Dolci amava distinguere radicalmente due prospettive: quella del trasmettere, ossia una relazione educativa orfana della reciprocità, e quella del comunicare, fatta invece di intersoggettività, circolarità, scambio.
Danilo Dolci
Nelle pratiche siamo lontanissimi da questo approccio alla questione, ma se si vive a contatto con molte realtà quotidiane se ne avverte l’urgente necessità.
Il punto è che in questi anni abbiamo assistito ad una profonda decadenza del pensiero e ad una massificazione dei comportamenti sociali.
La “libertà di” (consumare) ha completamente annichilito il senso vocazionale della vita, sfigurando la nostra unicità in individualismo narcisista.
Se la tecnocrazia tende a saturare qualsiasi immaginario del possibile, ci resta l’immenso campo del necessario e dell’impossibile.
In fondo nei seimila anni di storia umana sono questi due poli della realtà che hanno mosso le esperienze più significative della libertà e dell’educazione.
In questo momento la realistica percezione della nostra fragilità/mortalità, in particolare, ma non solo, per bambini/adolescenti/giovani, non può trovare un’unica risposta illusoriamente rassicurante nell’idea che i dispositivi tecnici (digitali, sanitari, assistenziali, finanziari…) ci “salveranno”.
Senza comunità non ci si “salva”. Ma la comunità, che è condivisione del “munus”, non è immediatamente la società delle funzioni, delle regole, del diritto.
Non può esistere una società umana senza comunità. Non perché la comunità sia in sé bella e non presenti tutti i suoi rischi, ma perché noi “siamo” comunità, non “abbiamo” una comunità.
L’esperienza dell’“inter-indipendenza” è esattamente l’esperienza singolare della comunità. Il “munus” condiviso è contemporaneamente dono e obbligazione morale. Non è “l’uno o l’altro”. È “l’uno e l’altro”.
Educare è impossibile, ma proprio perché è impossibile è umano.
L’umano è mancanza d’essere, sta tra il nulla e l’infinito, una posizione “in sé” impossibile. Eppure, la nostra esistenza è questa avventura, personale e comunitaria e nello stesso tempo. In questa avventura siamo in compagnia anche del cosmo e del divino. Una solitudine non isolata.
L’essenza dell’educare sta nella custodia e nella cura della domanda, non nella presunzione della risposta. Solo attraverso la verità della domanda, la nostra compromissione con la domanda, l’impossibile prende forma.
In questo tentativo ci sentiamo solidali, vicini e compagni di strada con tutti quelli che camminano dentro il mondo frastagliato però vivace dell’educazione e, dentro a tante necessarie parole e domande, siamo certi che insieme si possa trovare una direzione di senso.
Istituzioni educative e innovazione
Siamo quindi chiamati a raccogliere le sfide dell’educazione oggi, abbiamo ancora una missione da compiere. Un compito educativo per questo tempo. Compito affascinante che ci consegna un impegno di benedizione. Un impegno per noi e per le generazioni future.
Perché questo è un tempo che richiede di ritrovare una visione di insieme, anche se non totalitaria. Un tempo che chiede di riconnettere spazi, ambiti, pensieri, competenze che si sono separate. Ma è un tempo buono: è il nostro tempo. Un tempo per tornare ad educare il pensiero e pensare l’educazione
In tempi di enfasi sull’intelligenza artificiale, è necessario ritrovare esperienze di pensiero che non si fondino semplicemente sulla raccolta di dati o di informazioni, che non abbiano come loro modello solo degli standard prestabiliti o delle misure, ma che facciano vivere intuizione, contemplazione, empatia, dialogo, ascolto – tutte forme di pensiero sconosciute all’intelligenza digitale – senza le quali l’uomo si riduce ad essere, come cantava Fabrizio De André, un “un cinghiale che sa fare equazioni”.
Oggi si tende a negare l’educazione al pensiero, perché tutto è soffocato e vorrebbe essere annullato dalla tecnica e dalla didattica, che rappresentano senz’altro strumenti e metodi necessari all’educare, all’approccio al pensare, ma non sono in sé educazione al pensiero.
Essere istruiti non significa essere pensanti. Essere eruditi, avere tante nozioni, non significa aver aperto l’occhio dell’intelletto sulla realtà. Non è possibile, infatti, affrontare i grandi compiti e le grandi transizioni che la modernità chiede senza pensieri nuovi, intuizioni vive, coraggio per esperienze istituenti che siano in grado di inserire paradigmi adeguati al ritmo accelerato di cambiamento che stiamo vivendo.
Non si può consegnare il tema dell’innovazione unicamente al pensiero tecnocratico, che si prende tutto.
Questo è il protagonismo delle istituzioni educative, su questo andrebbero fatte competere: sulla loro vocazione alla creatività e alla profezia; su questo si fa esperienza di essere cittadini sovrani e pensanti; un’esperienza che va coltivata con cura e disciplina sin dall’infanzia. Questa è l’esperienza concreta che lega moralmente la libertà alla responsabilità.
Tre “semplici” Questioni
Farò qui brevemente riferimento a tre questioni che sollecitano il pensiero e un pensiero, alla luce della complessità dell’oggi e nella prospettiva del futuro.
1) LA SPERANZA: Bisogna saper vivere di speranza e parlare di speranza senza illudere sul futuro. E non è poi così facile o da dare per scontato. In un tempo in cui il futuro e l’immaginario del futuro sono completamente colonizzati dalle scoperte tecnologiche, la speranza, se vuole ritrovare la sua forza di apertura sulla vita, non può che riscoprire l’invisibile della realtà.
Si tratta così di avere il coraggio di rimettere il senso della vita nella vita delle persone, di gridare che la vita non può essere vissuta senza un senso. L’esperienza della speranza è così non la certezza che tutto finirà bene, ma che quello per cui stiamo lottando vale la pena di essere perseguito.
Se di futuro si vuole ancora parlare in relazione alla speranza, si tratta di quello che ci viene incontro attraverso la Grazia, non di quello che possiamo costruire noi con forza e volontà di potenza.
Ecco allora che la speranza ritrova qui il suo vestito teologale, porta che ci apre alla dimensione eterna dell’oggi, che nessun potente, nessun potere potrà mai portarci via. La speranza che ci fa riaprire il gusto del senso della vita è l’unica vera barriera allo strapotere di funzionamento delle macchine, a cui l’uomo sembra fatalmente rassegnato. Mai come oggi, in particolare l’Occidente, è malato di fatalismo, di un fatalismo che egli stesso ha pianificato e preordinato.
Si rendono necessarie allora in educazione esperienze di speranza, concrete, coraggiose, persino trasgressive, capaci di riconnettere la vita delle persone più giovani con la realtà tutta, di fargli assumere responsabilità e fiducia nel contribuire al bene delle proprie comunità. Esperienze capaci, in buona sostanza, di far incontrare l’altro, uscendo da un’immagine di sé irrigidita dall’individualismo esasperato.
L’educazione alla speranza richiede di liberarsi e liberare consapevolmente dalla paranoia del tutto previsto-tutto organizzato-tutto sicuro-tutto sotto controllo. 2)LO SPECIALISMO: Un altro punto emergente e particolarmente importante oggi è sottrarre l’educazione allo “specialismo”, questo è proprio ciò che l’ha svuotata del “senso”.
L’educazione non si può dividere e “spacchettare”, dando ad ogni “specialista” il suo pezzo, perdendo di vista il suo misterioso insieme, il suo mistero. L’educazione è una dimensione antropologica: solo l’uomo educa, ed educa tutto l’uomo. Potremmo anzi dire che l’uomo è “educatore” ed “educando” tutta la vita.
Educare ed essere educati per tutta la vita è proprio di quella creatura che si chiama uomo. Tutto questo è molto più che tecnica di insegnamento e di apprendimento, conoscenza specialistica, molto di più, e molto più profondo.
La confusione che si è fatta, in maniera sempre più evidente nella modernità, che ha espulso il senso dall’orizzonte umano, è quella di ridurre l’educazione a formazione, istruzione, addestramento, informazione, abilitazione all’apprendimento… tutti “specialismi” anche utili, ma che non sono in sé “educazione”.
3)UNA VOCAZIONE: Così, alla fine, si richiede un’ educazione alla vocazione dell’esistere e nell’esistere, che è l’incontro fra desiderio e virtù. Abbiamo tutti bisogno di sentire di avere una vocazione per abbracciare una vita di senso.
Una indicazione educativa preziosa potrebbe essere quella tenere in relazione la virtù con il desiderio. Il desiderio senza virtù non si ancora, non si radica, non chiama. È la virtù la terra capace di accogliere il seme del desiderio e farlo davvero fruttificare.
La virtù sa condurre il desiderio alla trasformazione di noi stessi, e non lo brucia in un istante; lo porta a trovare una forma, ad accettare il limite, in qualche modo lo redime dalla presunzione o dalla prepotenza.
Il rapporto tra desiderio e virtù è come il rapporto che c’è tra cielo e terra, tra grembo e vita. Nel nostro tempo, altrimenti, anche i desideri si consumano e ci consumano senza produrre vita.
Viceversa staccare le virtù dal desiderio significa ridurle a prescrizione moralistica, togliere loro il senso, renderle sterili e così insterilire noi stessi e ogni nostra relazione.
Quando noi diciamo che siamo “in stato di grazia” intendiamo esattamente quello stato o quel momento dell’incontro tra desiderio e virtù, che non viene da noi, ma che abbiamo accolto in noi dalla vita e che genera vita, vita vera: ci siamo fatti attraversare dal “de-sidera” che viene dalle stelle e ci siamo predisposti alla virtù che viene dalla carne e dalla terra.
Solo l’incontro fra virtù e desiderio rende l’una e l’altro generativi di senso e di vita.
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