1. Senza parole
Eric Schmidt, figura emblematica del panorama tecnologico contemporaneo, ha ricoperto ruoli di rilievo come amministratore delegato di Google dal 2001 al 2011, per poi assumere la carica di presidente esecutivo della casa madre, Alphabet.

Con notevole enfasi retorica, e un impatto ancora oggi attivo sulle narrative globali, una ventina di anni orsono dichiarava che sarebbero serviti 5 exabyte di memoria per registrare tutte le parole pronunciate dall’umanità fino al 2003. Oggi, si stima che la medesima quantità sia prodotta ogni mezz’ora. Al di là dell’attendibilità delle cifre (probabilmente sottodimensionate), ciò che rileva nell’affermazione di Schmidt è il particolare modo di guardare alla parola come dato.
La parola, riattivando il vecchio sogno dei teorici dell’informazione, diviene così rudimentale frammento di un labirinto informazionale che acquista valore se, e solo se, genera una risposta quantificabile. Come una qualsiasi risorsa. D’altronde, l’espressione coniata nel 2006 dal matematico Clive Humby, «Data is the new oil», è divenuta nel 2017 slogan della “quarta rivoluzione industriale”, quando l’Economist titolava: “The world’s most valuable resource is no longer oil”.
Ma cosa accade quando la parola diventa dato? Si verifica, in primo luogo, una drammatica restrizione di senso: ogni polisemia è cancellata, ogni chiaroscuro eluso, ogni testo è privato di contesto. E, in secondo luogo, una regressione del significante: il dato elude il suono, il “corpo” della parola, quella dimensione materiale che gli scolastici chiamavano vox e gli strutturalisti avrebbero riscoperto come sostanza cruciale dell’espressione. Se il significante saussuriano manteneva ancora un legame, sia pur arbitrario, con la dimensione acustica del linguaggio, il dato informatico rappresenta un ulteriore grado di astrazione: pura quantità senza qualità, informazione senza forma. La parola è ridotta a una sola dimensione: il dato.
Aristotele osservava che «la parola è un lusso, senza il quale la vita è possibile». Ma l’uomo è pur sempre zoon logon echon, un vivente che parla e parla perché ha accesso a una dimensione simbolica, non meramente “segnica” del linguaggio. Quale vita, allora, senza la parola, generata e generatrice dell’esperienza umana?
Quella dell’homo informaticus, certamente, che si accontenta di processare dati in un flusso continuo di stimoli e risposte. L’informazione, infatti, non comunica: non mette in comune, ma estrae. Estrae dati dalle emissioni linguistiche, dove però non c’è più un ricevente – o il ricevente è strutturalmente indifferente al contenuto, interessato solo alla processabilità del messaggio.
Il paradosso dell’era dell’informazione è che essa genera simulacri di senso: costruzioni che mimano la significazione senza significare davvero. È qui che si manifesta la crisi più profonda: l’informazione, pur moltiplicando esponenzialmente i messaggi, svuota progressivamente la comunicazione. L’informazione al tempo di ChatGPT non tollera i vuoti. Li riempie di storie verosimili, di risposte plausibili, di informazioni “verificabili” solo attraverso lo stesso strumento che le ha prodotte. Produce dati. Informazioni. Non genera senso. Ma, proprio così, il cerchio – un cerchio aperto negli anni Cinquanta del secolo scorso – si chiude.

La portata di questa trasformazione era già chiara a Italo Calvino quando osservava: «Il pensiero, che fino a ieri ci appariva come qualcosa di fluido, evocava in noi immagini lineari come un fiume che scorre o un filo che si sdipana, oppure immagini gassose, come una specie di nuvola, tant’è vero che veniva spesso chiamato lo spirito, – oggi tendiamo a vederlo come una serie di stati discontinui, di combinazioni di impulsi su un numero finito (un numero enorme ma finito) di organi sensori e di controllo. […] Shannon, von Neumann, Turing, hanno cambiato radicalmente l’immagine dei nostri processi mentali. Al posto di quella nuvola cangiante che portavamo nella testa fino a ieri […] oggi sentiamo il velocissimo passaggio di segnali sugli intricati circuiti che collegano i relè, i diodi, i transistor di cui la nostra calotta cranica è stipata».
2. Il tempo dell’accelerazione assoluta
Ogni informazione, mutuando il termine dalla fisica, è soggetta all’entropia. Ma questa dissipazione opera secondo una temporalità inedita che ha pervaso ogni ambito della vita quotidiana.
L’informazione si rivela caratterizzata da due sottoprocessi: l’accelerazione e la dissoluzione. Tramite l’accelerazione, il rapporto tra spazio e tempo viene non solo compromesso, ma azzerato.
Lo spazio si comprime nel tempo, che lo sussume e diventa la ragione stessa dell’informazione.
La distanza che separa la concezione analogica del tempo come limite e come distanza da quella del tempo reale si misura facilmente. Nel 1789, la notizia della presa della Bastiglia arrivò a Madrid tredici giorni dopo i fatti. Lo spazio aveva ancora la capacità di differenziare il tempo. Ora è il tempo a comprimere, unificandolo, lo spazio. Nel 1815, un quotidiano londinese registrò un record annunciando l’esito della battaglia di Waterloo quattro giorni dopo la conclusione. Oggi, la notizia della scomparsa di un capo di Stato raramente può essere trattenuta oltre pochi minuti.
Ne consegue che la qualità dell’informazione nei sistemi interattivi non è valutata in termini di correttezza logica, ma di adeguatezza temporale e di rise time: il tempo massimo di velocità nella risposta. Il prezzo di questa efficacia è un trauma cognitivo della rottura di ogni argine tra tempo interiore e tempo esterno.
3. Una simultaneità in espansione
L’informazione si muove in uno spazio esteso e abita il tempo allargato che Hans Ulrich Gumbrecht ha efficacemente definito broad present, ampio presente.

.Questo tempo annulla il tempo storico. Mentre il breve presente del moderno era l’habitat per un soggetto chiamato a scegliere su base esperienziale tra diverse possibilità di futuro, per noi il presente si è trasformato in una «simultaneità in espansione». Il futuro è già qui, recita d’altronde uno slogan ricorrente.
Attraverso questo tempo nuovo dell’informazione viene dissolto il nucleo stesso della cosa su cui «ci informiamo». Il messaggio muta di passaggio in passaggio: cresce, si dilata, si riorienta, si comprime. Le cose diventano non-cose, la realtà viene cancellata non per difetto, ma da un’ipertrofia di realtà. È un fenomeno evidente in quella dimensione, solo appartentemente laterale rispetto al sistema dei media, che è il gossip. Il gossip è un indicatore della trasformazione di bullshit in fatti predominanti nell’agenda sociale. Un dinamismo eccentrico e devastante che, come annotava un raffinato osservatore di realtà mute come lo scrittore Gianni Celati, ci lascia «in mano un fantasma, una sigla vuota che vale come un’altra».
Ne deriva che all’interno dei processi informativi non è più possibile alcuna reale trasmissione di saperi. Sia per consunzione interna (la parola che diventa dato), sia per estenuazione esterna (la diacronia che diventa sincronia).
Il tentativo di accumulare sapere attraverso un accumulo di informazioni rende ciascuno di noi una figura tragicomica, al pari dei due copisti-enciclopedisti tratteggiati da Gustave Flaubert in Bouvard e Pécuchet. La scena del sapere si consuma ancor prima di essere fruita.

4. Tramandare: verso nuove comunità del sapere
Shannon aveva dunque ragione e per trasmettere informazione il contenuto semantico è irrilevante? Forse né lui né i suoi epigoni avevano previsto che questa irrilevanza sarebbe diventata il paradigma dominante della comunicazione umana, trasformando le complesse e articolate dinamiche del pensiero e della comunicazione umano in meri processi di riduzionismo by design, di depauperamento ingegnerizzato del senso.
Per guardare oltre, occorre rivolgersi a una terza opzione: il tramandare. Tramandare (e non trasmettere: termine oramai squalificato dal riduzionismo) riprende il tema del mettere in comune – ma non più sul piano sincronico della comunicazione istantanea, bensì su quello diacronico della trasmissione generazionale. È un campo semantico che si ricollega al tramandare, al passar di mano, al consegnare lungo una linea non più individuale, ma trans-individuale. Qui si apre uno spazio che Roland Barthes aveva intuito, in uno dei suoi ultimi corsi, riflettendo sulle comunità monastiche del Monte Athos: quello dell’idiorritmia. L’idiorritmo –organizzazione individuale dei modi di vita in un contesto comunitario – configura una “quiete in movimento” dove ogni monaco mantiene il proprio ritmo particolare, accordandosi però con gli altri in una sorta di «comunitarismo delle distanze». Non è il flow omogeneizzante dei sistemi digitali, dove uno vale retoricamente uno. Non è nemmeno quella «contingenza inglobante, senza un fuor» che dilata il presente fino a farlo implodere su se stesso. È piuttosto un ritmo, quello del tramandare, in una società fondamentalmente aritmica. Un ritmo che, nelle parole di Émile Benveniste, designa «la forma nell’attimo in cui è assunta da ciò che si muove, da ciò che è mobile, da ciò che è dinamico». Il ritmo non prevede mai una passività dei corpi, ma ne asseconda il movimento. Con lentezza, con grazia. È dunque sul terreno del tempo che la trasmissione idioritmica muove la sua sfida all’entropia informazionale.
All’entropia dell’informazione – che, avendo espulso ogni alterità dal proprio spazio, passa dal sé allo stesso – si contrapporrebbe la tendenziale sintropia del trasmettere, che riconfigura un “tra-“, uno spazio per sé, l’Altro, e l’altro da sé. Non il tempo compresso dell’immediatezza, ma il tempo dilatato della differenza: quello che consente a ciascun sapere di trovare il proprio ritmo senza perdere la connessione con gli altri.
Tramandare diventa così una pratica di fondo, una sorta di meta-pratica che consente di far spazio al tempo perché il tempo si faccia spazio. Innestare il futuro nel presente e il presente nel passato attraverso strategie di attrito, di ritardo costruttivo tra domanda e risposta. Come nelle comunità athonite dove, scrive Barthes, «ogni cosa era modulata sul ritmo individuale, salvo la preghiera notturna», così nella trasmissione del sapere ciascuno mantiene la propria particolarità (idios) pur partecipando di un ritmo comune (rhythmos). Comunione e distacco. Parola e senso. Eredità, anziché simultaneità.L’erede, osservava d’altronde Remo Bodei, traduce il latino heres, dalla radice indoeuropea ghar – “colui che prende” – o dalla forma indebolita del greco cheros, “il diventato orfano”. Tramandare è questo passaggio con distacco: velocità senza accelerazione, dove il sapere circola secondo il proprio ritmo, rigenerativo di senso per la sfera personale e per quella sociale.
