GENERAZIONI

QUANDO IL DONO GIUSTIFICA IL RISCHIO 

Sui voli della Ryanair, tra un annuncio e l’altro, vengono venduti dei gratta-e-vinci. Parte del ricavato, si dice, andrà a finanziare un ospedale pediatrico. Comprare o non comprare? Ognuno decide sulla base di una sua prospettiva soggettiva, un atteggiamento differente rispetto al rischio, alla legittimità del gioco d’azzardo e al desiderio di contribuire ad un’iniziativa benefica. Dietro alla scelta, che può sembrare banale, però, c’è una questione sottile, quella che riguarda la relazione tra altruismo e rischio. La possibilità di fare del bene ci rende più propensi al rischio? Oppure ci fornisce la scusa, un pretesto per rischiare? Abbiamo provato ad indagare questa relazione tra rischio ed altruismo nella nostra ultima ricerca intitolata “When Giving Justifies Gambling: Theory and Experimental Evidence on Prosocial Risk-taking” appena pubblicata come working paper del Social Sciences Research Network.

 

Il disegno sperimentale

Abbiamo coinvolto 315 volontari, studenti dell’Università di Tilburg, nei Paesi Bassi. Ogni partecipante è stato assegnato in modo casuale a uno dei tre gruppi sperimentali.
Tutti i soggetti hanno preso parte a cinque attività: le prime due progettate per misurare il livello individuale di altruismo (Dictator game dove il ricevente era una ONG di sua scelta) e di ottimismo (Optimism Task). Altre due, invece (le lotterie di Eckel & Grossman e di Holt & Laury), per verificare la propensione al rischio di ogni partecipante: la prima era uguale fra gruppi, la seconda aveva alcune differenze in base al trattamento assegnato. Infine, ogni partecipante poteva scegliere se svolgere un piccolo lavoro al computer per poter poi destinare il guadagno ad una ONG di sua scelta.

Tutti i partecipanti sono stati assegnati casualmente ad uno di tre gruppi differenti. Un primo gruppo, quello di controllo, nel quale i partecipanti erano chiamati esclusivamente a svolgere in un ordine casuale le prime quattro attività e poi, eventualmente, il compito di lavoro. Le scelte in ciascuna di queste attività avrebbero poi determinato il guadagno reale del soggetto a fine esperimento. Un secondo gruppo, il gruppo “karma” nel quale il partecipante doveva scegliere se eseguire il compito di lavoro e quindi eventualmente di donare alla charity, prima di prendere parte alla lotteria Holt & Laury. Infine, il terzo gruppo, quello “prosociale” nel quale le decisioni rischiose dei partecipanti nella Holt & Laury potevano determinare dei guadagni, come nel gruppo di controllo, ma questa volta anche a favore di una ONG di loro scelta. Le lotterie tra le quali dovevano scegliere, cioè, prevedevano, in caso di vincita, un premio in denaro non solo per il partecipante, ma anche una donazione per la sua ONG preferita (a prescindere dall’esito della lotteria, come per i biglietti sui voli Ryanair, purché si scegliesse l’opzione rischiosa).

Il test principale che abbiamo utilizzato per misurare la propensione al rischio dei partecipanti è il cosiddetto “metodo di Holt e Laury”, uno degli strumenti più utilizzati nell’ambito dell’economia sperimentale. Durante il test, ai partecipanti viene sottoposta una serie di decisioni, in genere dieci, ognuna delle quali prevede una scelta tra due alternative: la prima (chiamata “Opzione A”) è relativamente sicura, con esiti più prevedibili e premi più modesti; la seconda (“Opzione B”) è invece più rischiosa, ma offre premi più alti, seppure con probabilità inferiori di ottenerli. La struttura del test è costruita in modo tale che, man mano che si procede lungo le dieci scelte, le probabilità di ottenere il premio più alto aumentano progressivamente. In teoria, quindi, un partecipante razionale che valuta il rischio secondo criteri economici dovrebbe cominciare preferendo l’opzione più sicura, per poi passare alla più rischiosa quando quest’ultima diventa chiaramente più conveniente. Quello che il test osserva è in quale punto il partecipante decide di fare questo “salto” dall’opzione sicura a quella rischiosa. Se la persona continua a preferire l’opzione sicura anche quando quella rischiosa diventa molto vantaggiosa, possiamo inferire che ha un alto grado di avversione al rischio. Al contrario, chi sceglie l’opzione rischiosa già nei primi scenari, dimostra di essere più tollerante (o persino attratto) dal rischio. Il pregio del metodo Holt & Laury è duplice: da un lato, è accessibile anche a persone senza competenze matematiche, dall’altro, permette una quantificazione precisa dell’attitudine al rischio grazie alla modellizzazione delle preferenze sulla base delle teorie dell’utilità attesa.

Il confronto tra il comportamento dei partecipanti del primo e del terzo gruppo ci consente di verificare se la possibilità di un comportamento prosociale, possibile nel terzo gruppo, modifica l’atteggiamento individuale nei confronti del rischio. Quando poi confrontiamo i partecipanti al terzo gruppo con quelli del secondo possiamo verificare se tale variazione può essere dovuta a qualcosa simile al “pensiero magico” o, come si dice, alla credenza nel karma: ho fatto una buona azione, impegnandomi a completare il compito noioso per donare alla charity, quindi sarò più fortunato nelle lotterie.

I dati che abbiamo raccolto mostrano che quando ai partecipanti viene proposto di scegliere tra una lotteria sicura e una rischiosa, con la possibilità che i guadagni siano destinati a una causa benefica, la propensione al rischio degli uomini cresce in maniera significativa. Nel gruppo di controllo, sceglievano l’opzione rischiosa nel 54% dei casi. Nel gruppo “prosociale”, la preferenza per il rischio saliva al 65%. Il solo fatto che la vincita potesse andare in beneficenza sembrava legittimare l’azzardo. Non era solo generosità, né una credenza magica nel karma – il confronto tra gruppi ci ha consentito di controllare statisticamente per queste altri due motivazioni. Era qualcosa di più sottile: una forma di razionalizzazione morale. Come se l’altruismo fornisse una licenza per osare. Una scusa etica per scommettere.

Per le donne abbiamo osservato una dinamica diametralmente opposta. Nel gruppo di controllo rischiavano nel 49% dei casi. Nel gruppo prosociale, la percentuale scende al 42%. Le donne, pur risultando mediamente più altruiste, davanti ad una situazione incerta che pure coinvolge il bene di altri, diventano più caute. È come se sentissero più forte il peso della responsabilità. In questo caso, l’altruismo sembra funzionare come una giustificazione per evitare il rischio.


Curiosamente, la credenza nel karma – testata in un gruppo separato – non ha avuto alcun effetto significativo sul comportamento. Chi aveva compiuto una buona azione prima della lotteria non si è mostrato più propenso al rischio, smentendo l’idea che il “karma positivo” possa influenzare anche inconsciamente questo genere di decisioni.


In sintesi, il rischio altruistico non è solo una questione di generosità, ma di come le persone costruiscono il senso morale delle proprie scelte. E in questo processo, uomini e donne sembrano seguire logiche profondamente diverse.


Abbiamo costruito un modello matematico per interpretare queste dinamiche. Tiene insieme tre elementi: altruismo, ottimismo e avversione al rischio. Ma soprattutto, riconosce che le persone non valutano solo i numeri, bensì anche il significato morale delle loro scelte.


Il rischio, quando riguarda il bene altrui, non è più neutro. Diventa un atto morale, e come tale viene letto diversamente a seconda di chi lo compie. Per alcuni, rischiare per una buona causa è un gesto coraggioso. Per altri, è un peso troppo grande da sostenere.


Gli uomini sembrano leggere la cornice morale come un lasciapassare: “Posso rischiare, perché lo faccio per aiutare qualcuno”. Le donne, invece, sembrano assumerla come un vincolo: “Non posso permettermi di sbagliare, perché potrei privare qualcun altro di un aiuto”.

I risultati di questo studio non si limitano a rivelare una curiosa differenza tra uomini e donne nel modo in cui affrontano il rischio quando c’è di mezzo una buona causa. Vanno molto oltre. Ci raccontano qualcosa di profondo su come funziona la nostra mente, su come costruiamo il significato morale delle nostre azioni e su come, spesso, le nostre scelte economiche siano guidate da motivazioni che sfuggono alla logica del puro calcolo.

Le neuroscienze ci dicono che le stesse aree del cervello che si attivano quando prendiamo decisioni rischiose sono coinvolte anche quando compiamo gesti altruistici. È come se, nel nostro cervello, rischio e generosità parlassero la stessa lingua. Questo spiega perché, in certe situazioni, aiutare gli altri può spingerci a osare di più — o, al contrario, a trattenerci.


Tutto questo può avere implicazioni importanti. Per chi si occupa di terzo settore e fundraising, ad esempio, significa che le campagne che combinano altruismo e rischio — come le lotterie di beneficenza o le sfide virali sui social — possono essere particolarmente efficaci, ma soprattutto tra gli uomini ed avere una forza respingente per le donne. Per chi progetta politiche pubbliche, i risultati suggeriscono che il modo in cui incorniciamo moralmente una scelta può influenzare profondamente la risposta dei cittadini e delle cittadine. E per chi, più in generale, studia il comportamento umano, offre una nuova chiave di lettura per comprendere perché, in certe situazioni, siamo disposti a rischiare tutto per aiutare qualcuno — e in altre, preferiamo non farlo.


In definitiva, questo studio ci ricorda che l’altruismo non è solo una virtù: è anche una forza psicologica potente, capace di trasformare la nostra percezione del rischio. E che, sotto la superficie delle nostre scelte quotidiane, si muovono meccanismi morali, emotivi e cognitivi molto più complessi di quanto immaginiamo.

Gabriele Ballicu

Ricercatore postdoc in Economia all’Università di Cagliari, si occupa di economia sperimentale e comportamentale, in particolare di le politiche volte a migliorare il benessere delle persone utilizzando un approccio multidisciplinare. Le aree di competenza sono il processo decisionale, il comportamento prosociale e gli esperimenti sul campo.

Federico Atzori

Economista sperimentale e comportamentale, fellow all’Università degli Studi di Cagliari e CRENoS, studia il comportamento cooperativo, la reciprocità, la fiducia e le dinamiche decisionali in contesti individuali e di gruppo.

Immagine di Vittorio Pelligra

Vittorio Pelligra

Professore ordinario di Politica economica all'Università di Cagliari, ha coordinato negli ultimi quattro anni il Dottorato in Scienze economiche e aziendali e coordina il gruppo di ricerca BERG (Behavioural Economics Research Group). Ricercatore presso il Centre for North-South Economic Research e co-fondatore di SmartLab e Wecoop, due imprese che operano nel settore della DataScience e dell'Edutainment.