
“Via dalla gabbia (semi) dorata” è il titolo del secondo Rapporto Italia Generativa lanciato a marzo di quest’anno presso Palazzo Wedekind, prestigiosa sede dell’INPS, a Roma.
Realizzato dal Centro di Ricerca ARC dell’Università Cattolica di Milano con il contributo di Fondazione Unipolis e di IFEL-ANCI, lo studio si è proposto di ricostruire i diversi sistemi di opportunità dei giovani italiani nel loro passaggio all’adultità, in un interessante confronto con lo scenario europeo.
Ispirato al lavoro compiuto in questi anni attorno al paradigma della generatività sociale, il Rapporto si è proposto di rilevare, in un approccio intergenerazionale, multidimensionale e concreto, i dinamismi economici e sociali del nostro Paese, ma anche di illuminare i punti di blocco che impediscono a questo potenziale vitale – generativo, appunto – di mettersi al lavoro e ricreare continuamente, adattandole al tempo e ai contesti, le condizioni per un autentico sviluppo umano, sociale, economico e culturale, con un’attenzione privilegiata per le nuove generazioni.
L’analisi si struttura attorno a cinque fondamentali transizioni all’età adulta a cui corrispondono altrettanti capitoli: l’educazione e la formazione, l’ingresso nel mondo del lavoro, l’accesso alla casa, la salute e il benessere, la partecipazione alla vita sociale e politica.
Per ciascun campo di indagine, il Rapporto propone una rielaborazione di dati primari già esistenti raccontati da grafici interattivi, e, quindi, una selezione di iniziative di policy avviate da altri Paesi europei attorno alle problematiche indagate.
La scelta dell’online rende il rapporto facilmente accessibile e navigabile al sito www.italiagenerativa.it
COSA CI DICE IL RAPPORTO?
Il quadro complessivo restituisce un trasversale ritardo del nostro Paese.
Sono molteplici le condizioni di penalità che i giovani italiani si trovano ad affrontare nel percorso all’autonomia rispetto a molti dei loro coetanei europei, praticamente in quasi tutte le transizioni analizzate.
Accanto ad una certa predisposizione per l’intrapresa – che resta però congelata da condizioni di contesto sfavorevoli – le uniche note positive riguardano una minore esposizione dei giovani italiani al disagio sociale, una resilienza che può essere ricollegata alla persistente vitalità dei nostri contesti socioeconomici ancora diffusamente integrati.
Generalmente, troviamo l’Italia nelle posizioni più basse della maggior parte dei ranking indagati: dal numero di Early Leavers ai Neet, dal tasso di inclusione delle giovani donne nel mondo del lavoro all’età di uscita dalla famiglia di origine, dall’accesso a percorsi di istruzione terziari alla fiducia nelle istituzioni.
La situazione è per molti aspetti già ben indagata e conosciuta, eppure l’affiancamento di così tanti dati nel quadro di una lettura sistematica e orientata come quella offerta dal Rapporto IG fa certamente un certo effetto.
Lo scenario italiano non è privo di paradossalità.
Da un lato, il nostro Paese ha solo parzialmente goduto delle opportunità offerte dalla globalizzazione. Non è cresciuto allo stesso ritmo di altri Paesi europei. Non si è modernizzato (basti pensare al tasso di produttività). Non ha prodotto grandi visioni per il suo futuro in termini di sviluppo. Permangono profonde disparità territoriali e un pesantissimo debito pubblico, mentre crescono le inquietudini per gli impatti economici e sociali dell’inversione della piramide demografica alimentata da un rigidissimo inverno demografico.
Eppure, in Italia si continua a vivere mediamente bene grazie alle opportunità accumulate nel passato. Si pensi che a settembre 2023 la ricchezza finanziaria delle famiglie ha raggiunto secondo la FABI un saldo complessivo di oltre 5.200 miliardi, mentre la quota di risparmio detenuta sotto forma di depositi e conti correnti si è attestata ad oltre 1.500 miliardi.
Un’immagine efficace di questa contraddizione ce l’ha offerta Luca Ricolfi che definisce l’Italia una “società signorile di massa”, un contesto in cui il numero di chi non lavora è più elevato di chi lo fa; dove l’accesso ai consumi è mediamente alto e la produttività è sostanzialmente ferma da anni. Quasi un ossimoro.
Questo scenario spiega il perché del titolo scelto per il nuovo Rapporto Italia Generativa 2023:
l’Italia assomiglia tanto ad una gabbia (semi)dorata dall’effetto soporifero. Il rischio è di restare prigionieri di un quasi benessere e di un quasi futuro di piccolo cabotaggio, anche a causa del basso livello energetico del Paese e della ridotta spinta al cambiamento legati all’invecchiamento della popolazione.
“In questo scenario quali sono, oggi, le strategie di sopravvivenza dei giovani italiani?” prova a chiedersi il Rapporto.
Per molti la scelta, spesso implicita, è quella dell’adagiarsi giorno dopo giorno in una situazione certo un po’ claustrofobica, ma non priva di piccoli piaceri.
Per una fascia crescente di giovani, invece, sempre più convincente appare la strada dell’exit.
I dati ufficiali ci dicono che nell’ultimo anno sono emigrati dal nostro Paese oltre 50.000 cittadini italiani tra i 18 e i 39 anni. Altre ricerche suggeriscono che il fenomeno sia in realtà ben più consistente: si tratterebbe di una emigrazione non dissimile da un punto di vista quantitativo da quella che l’Italia ha vissuto negli anni Cinquanta del Novecento.
La perdita in termini di valore umano, sociale ed economico è impressionante,
anche perché molti di coloro che lasciano il Paese sono ragazzi e ragazze formati e fortemente motivati a trovare altrove quelle opportunità che nel nostro Paese non esistono o non sembrano accessibili a tutti.
Il Rapporto Italia Generativa lancia una provocazione: se la situazione del Paese è quella descritta dai tanti dati raccolti, diventa razionale per un giovane decidere di investire la propria vita in Paesi in grado di offrire reali opportunità di riconoscimento e valorizzazione.
Forse è anche per questo che nel 2022 sono nati all’estero 91.000 bambini da giovani coppie di italiani residenti all’estero. Quasi un quarto di tutti quelli nati in Italia. Un dato che dovrebbe far pensare.
“Via dalla gabbia (semi) dorata” non è però solo una drammatica constatazione. È un invito a nuove e coraggiose alleanze, affinché l’Italia possa diventare nuovamente un Paese in cui poter nascere, crescere, lavorare, abitare, generare.
Senza dimenticare che dalla gabbia (semi) dorata dovrebbero essere aiutati ad uscire anche quei giovani che oggi vi restano bloccati, accettando traiettorie di breve raggio. È importante lavorare perché anche loro possano tornare a desiderare per sé e per una intera generazione la piena realizzazione del proprio potenziale a beneficio dell’intera società.
Se si vuole invertire una rotta che oggi assomiglia tanto a quella del Titanic, è urgente scardinare il blocco generazionale che sta impedendo al Paese perfino di immaginare una nuova fase di sviluppo.
Per questo il Rapporto lancia un nuovo Patto generazionale che, superando la frammentarietà settoriale delle policy, le trappole del breve termine in cui appare invischiata la classe politica, la resistenza al cambiamento delle generazioni senior, renda concreta la domanda di sostenibilità che viene dal Paese, che è anzitutto sostenibilità intergenerazionale.
In questa direzione lo studio prova ad indicare anche alcune piste di azione.
Se la questione giovanile è la priorità del Paese, prenderla sul serio richiede un salto culturale e perfino epistemico.
Come la generatività insegna, tutto è in relazione con tutto. E dunque, singole iniziative settoriali non potranno cambiare il dato di realtà, che, in quanto complessa, esige un pensiero e una azione di cura intelligente e sofisticata, capace di comprendere e riattivare le tante dimensioni in gioco e le loro reciproche interazioni.
Riaprire il futuro delle nuove generazioni e di quello del Paese sarà possibile solo grazie a una nuova comprensione e una nuova intenzionalità generativa.
È questo, in fondo, il messaggio ultimo del Rapporto.
Rapporto Italia Generativa: la condizione giovanile in Italia
Uno degli intenti principali del Rapporto Italia Generativa, alla sua seconda edizione dopo l’esordio dello scorso anno, risiede senz’altro nella volontà di “riaprire il futuro delle nuove generazioni”, stimolo richiamato anche nella titolazione di questo prezioso documento che riassume la generale ispirazione dell’iniziativa, ovvero contribuire all’individuazione di aree di blocco nel percorso di abilitazione di persone e gruppi come premessa alla generazione di un valore multiforme da mettere a disposizione della società.
In effetti, un simile approccio, ispirato da quella che si definisce come “generatività”, credo sia realmente in grado di definire nuove possibilità in vista di uno sviluppo adeguato del microcosmo che abitiamo. Innanzitutto, va osservato che il Rapporto di quest’anno pone in evidenza come l’Italia si confermi un Paese ricco e plurale, riconosciuto nel mondo per la sua natura di “patria” della creatività e luogo privilegiato della genialità; però, la nostra nazione rimane accompagnata da un accentuato sentimento di sfiducia, con ricadute preoccupanti in termini di rinuncia che si ampliano tra le generazioni, agente provocatore tra i più influenti nella spinta all’emigrazione di molti giovani.
Un Paese, quindi, vitale, ma dove i talenti che ha a disposizione restano penalizzati e soffocati da un contesto caotico.
Ebbene, per provare a sbloccare questa situazione, delicata e insieme minacciosa, secondo il Rapporto si rende necessario l’avvio di una profonda rigenerazione delle condizioni di fondo adatte a favorire lo scatto in avanti richiesto. In questo quadro, a mio avviso, la sostenibilità può inserirsi come leva cruciale e risorsa tra le più utili e adeguate nel cercare di ripensare lo sviluppo complessivo. E ciò con un altro aspetto che concorre a fortificare questa dinamica, e consiste nella facoltà di riconoscere la relazione come fondamento di ogni pensiero sull’economia e sulla società.
L’Italia, ma potrei dire allo stesso modo della città in cui vivo e di cui sono Sindaco, ha sempre potuto contare sulla ricchezza diffusa all’interno della società civile, nella cittadinanza, tra i suoi abitanti, ma oggi il senso della partecipazione, svolto per lo più attraverso l’associazionismo e il volontariato, sembra soffrire, alle prese con un calo motivazionale dai tratti spesso oscuri, tanto che gli atteggiamenti propositivi individuabili nelle nuove generazioni rischiano di disperdersi nella staticità caotica della società italiana. A mio parere, le istituzioni sono chiamate, allora, a sviluppare un contesto che sia favorevole a rinnovare l’attenzione verso le realtà più attrezzate ed esperte – ma non solo – per costruire una società democratica migliore. Si può pensare, infatti, che la “rigenerazione” della partecipazione e, insieme, la ricostruzione di una identità sospinta verso l’idea di una comunità più coesa, forte e produttiva siano possibili attraverso un disegno da realizzare, soprattutto, attorno alla sostenibilità.
Come Sindaco, vedo ogni giorno la presenza di realtà magari poco riconosciute che continuano a innovare, produrre e condividere: questa è l’Italia generativa, nata, e ancora oggi nutrita, dall’incontro privilegiato tra imprenditori e artigiani, tra esponenti del volontariato e dell’associazionismo e gli amministratori pubblici, dalla condivisa aspirazione a costruire e far vivere ambienti in cui sperimentare pratiche innovative, a coagulare nuovi significati e altrettanto nuovi valori; sono molteplici, osservando le città, i momenti in cui ci si accorge dell’esistenza di esperienze capaci di tenere aperto il futuro, a volte in grado di modificare le regole del gioco, di tratteggiare immaginari per nuove azioni da dedicare alla possibile generazione di un valore multiforme che sia a vantaggio di molti.
Si tratta, dunque, di trovare un modello di sviluppo che detenga caratteri, persino antropologici, desunti da una nuova possibilità di esistere e di dare forma e senso alla vita personale e sociale. Ed è qui che i giovani trovano l’opportunità di ergersi come protagonisti.
Di fronte all’Italia che non cresce, a giovani diventati pochi e molto sfiduciati, lontani dalla politica, esposti alle fragilità dell’epoca storica che vivono, il Rapporto Italia Generativa del 2023 è uno degli spunti più preziosi per procedere nel cammino di preparazione a una possibile alternativa, costruita sulla partecipazione, con uno sguardo speciale alle giovani generazioni.
Di fronte all’Italia che non cresce, a giovani diventati pochi e molto sfiduciati, lontani dalla politica, esposti alle fragilità dell’epoca storica che vivono, il Rapporto Italia Generativa del 2023 è uno degli spunti più preziosi per procedere nel cammino di preparazione a una possibile alternativa, costruita sulla partecipazione, con uno sguardo speciale alle giovani generazioni.
Le Amministrazioni pubbliche, nell’ambito delle politiche giovanili, sono invitate ad avviare confronti diretti con le diverse espressioni del mondo giovanile presenti nelle città, su temi differenti, a partire dagli spazi e dai luoghi da dedicare alle attività e alle iniziative che possano permettere proprio ai giovani di rendersi protagonisti attivi nella vita sociale delle città. Ma per essere in grado di avviare un processo vero, in grado di apportare dei cambiamenti rispetto a un fenomeno dai contorni sociali spesso inafferrabili e origini non sempre comuni, serve prendere distanza dall’abitudine di analizzare il singolo episodio e imparare, invece, a valutare con attenzione la cornice in cui agiscono i giovani, il contesto in cui si muovono.
Ambiente, economia, uguaglianza di genere, con i dati peggiori del Rapporto proprio relativi alle giovani donne, criminalità e razzismo “di sistema” sono, come si rileva un po’ ovunque, le priorità su cui lavorare. Poi, ci sono le speranze: nei prossimi dieci anni – confermano molte ricerche recenti – i ragazzi confidano in cambiamenti positivi per quanto riguarda l’ambiente, l’uguaglianza di genere e la sfera economica (60%), ma anche la salute mentale sarà una questione critica in futuro, anche se non sarà più oggetto di tabù. E proprio i giovani italiani sperano ci siano dei cambiamenti sul fronte dell’ambiente, delle opportunità lavorative e della criminalità, sul piano dei diritti, sul riconoscimento delle diversità, delle nuove povertà.
Le speranze, però, rischiano di infrangersi sul gap esistente tra realtà e aspettative, anche se dalle fotografie che si compongono in base alle ultime indicazioni delle ricerche applicate, i giovani sono tutt’altro che “indifferenti”. Ad esempio, in Italia, nove su dieci fanno la raccolta differenziata, chiudono la luce quando escono di casa, cercano di riciclare e di sprecare meno acqua possibile. Una percentuale variabile tra il 40% (al Nord) e il 60% (al Sud) cerca, poi, di acquistare cibo biologico. E se l’auto privata domina gli spostamenti dei 19-29enni (con il 36,8%), i più giovani segnalano, invece, soprattutto altre forme di mobilità alternativa (“a piedi” si muove il 23,7% dei quattordici-diciottenni, con l’autobus il 15,1%, ma solo il 3% in treno).
I ragazzi e i giovani adulti italiani sembrano, insomma, attenti agli stili di vita consapevoli e il primo passo per rispondere alla sfida ambientale è rilevare, dare ascolto, vedere e capire in profondità le loro conoscenze, le opinioni, ma anche gli atteggiamenti e le pratiche quotidiane di adolescenti e giovani, veri apripista e portavoce sociali. Solo così si potranno, poi, fornire interpretazioni, valutazioni e attivare percorsi e pratiche trasformative comuni, realmente generative, dove far emergere, studiare e valorizzare il contributo dei giovani a tutta la società.
Con l’auspicio che non si riduca “solo” a pur importanti scelte individuali, ma che siano da protagonisti della vita di comunità, in tutte le sue accezioni.
