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La scienza contemporanea insegna che l’intera realtà – e più specificatamente la vita – è costitutivamente relazione. Lo dice la fisica quantistica, lo dice la biologia, lo dicono le neuroscienze.

Più esattamente, il premio nobel Erwin Schrödinger ha affermato che la vita è un fenomeno “neghentropico” cioè di resistenza all’entropia (tendenza al disordine, alla disgregazione) attraverso una relazione dinamica con l’ambiente circostante. Gli organismi sono viventi, nel senso che sono in grado di realizzare una serie di stati provvisori di equilibrio – una condizione di metastabilità che coniuga stabilità e cambiamento all’interno di un determinato ecosistema – basati sullo scambio continuo con l’ambiente, che consente alla vita di esistere.
Questa affermazione vale anche per quella forma così particolare che è la vita umana. La quale è in grado di interagire con l’ambiente circostante con un grado di libertà che le altre forme viventi non hanno. Grazie all’autocoscienza e alla capacità di prendere le distanze dalla situazione nella quale si trova, l’essere umano ha la
facoltà di conoscere ciò che lo circonda, di dargli significato (legein) e di trasformarlo (teukein). In questo senso, l’essere umano è in grado di fare un passo in più rispetto alle altre forme di vita: non solo la vita umana si mantiene, ma è capace di creare nuove forme (arte, tecnica, socialità, simboli, senso). Come scriveva Hannah Arendt, ogni persona, nella sia unicità, viene al mondo per “incominciare”: l’essere umano ha la facoltà di mettere al mondo ciò che ancora non c’è. Di creare, cioè, mondi dentro cui esprimere la propria vita. Insieme ad altri.
Diremo allora che la vita umana é sintropica.
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La crisi nella quale ci troviamo in questo momento storico ha a che fare con il ritardo cognitivo tra quello che noi oggi sappiamo della vita (e in particolare della vita umana nella sua unicità) e le forme sociali economiche, politiche ereditate dalla modernità.
Cioè da quella formazione storica che, nata liberando la capacità di azione umana dalla cosmologia medievale, si è sviluppata attorno all’idea di sovranità. Sovranità dell’io, della persona giuridica (l’impresa moderna), dello Stato.
Reggendosi sulla epistemologia scientifica che presuppone la separazione tra il soggetto e l’oggetto e l’attitudine analitica che permette di spacchettare la realtà nella sue componenti più elementari, la modernità ha reso possibile un enorme salto storico. Lo dimostra il fatto che la qualità della vita umana non è mai stata così alta: oggi viviamo di più e meglio rispetto ad ogni altre epoca storica. Un grande successo che va riconosciuto e valorizzato.
Tuttavia, all’apice delle sue realizzazioni, la società contemporanea si confronta con sfide epocali.
I trent’anni di globalizzazione hanno permesso al mondo di realizzare un salto impensabile (il Pil del mondo è raddoppiato in vent’anni, tra il 1990 e il 2010, a una velocità mai vista prima nella storia). Ma lasciano in eredità un mondo altamente entropico: cioè frammentato e disorientato, in preda a shock sempre più frequenti e distruttivi. Una condizione di “policrisi” – come l’ha chiamata Edgar Morin – che suscita ansie e inquietudini profonde.
Un tale esito non è casuale, ma è il portato di una grave sottovalutazione: ciò che non abbiamo considerato é che l’aumento delle possibilità di vita moltiplicato per miliardi di singoli individui – cioè il contenuto fondamentale dell’idea di crescita economica affermatasi negli ultimi 40 anni – avrebbe avuto un impatto rilevante sul contesto ambientale e sociale circostante. E questo per la ragione sopra richiamata: “più vita umana” è un obiettivo che è stato raggiunto modificando in profondità l’equilibrio neghentropico del pianeta, con conseguenze che stiamo cominciando a capire solo adesso: i tanti problemi che l‘attuale fase storica pone in agenda (cambiamento climatico, disuguaglianza, crisi delle relazioni internazionali, populismi …) trovano tutti qui la loro radice comune: sono gli effetti inattesi di quel successo associato alla straordinaria crescita economica realizzata negli ultimi anni.
Per districarsi nel tempo della policrisi, il problema è recuperare una comprensione più adeguata di quella forma particolare di vita che è la vita umana, caratterizzata da un’intrinseca libertà che non può però perdere la sua altrettanto costitutiva relazionalità.
Dove la questione di fondo è se, e a quali condizioni sia possibile accrescere la propria vita senza distruggere il mondo. Il che significa, nei termini del discorso che stiamo sviluppando, incorporare nel nostro modello di sviluppo la struttura (neghentropica e sintropica) della vita stessa.
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La cultura moderna ha reso possibile per milioni di persone passare da una condizione di dipendenza (dal patriarcato, dalla tradizione, dalla religione, dal capo azienda ecc.) all’indipendenza: cioè a una condizione di libertà intesa come autodeterminazione.
Realizzarsi, vivere una vita autentica sono diventate aspirazioni condivise da tutti da quando – nella seconda metà del XX secolo – è stato raggiunto dalla maggior parte della popolazione un livello di benessere, d’istruzione e di libertà sufficiente.
Il problema è che l’istanza dell’Io – che ha avuto un ruolo fondamentale degli ultimi decenni – ha teso ad assolutizzare la libertà individuale.
Il problema è che, come abbiamo già notato, quella umana è sì una forma qualificata di vita libera. Ma non per questo irrelata.
Di fronte alla situazione caotica (entropica) nella quale ci troviamo, la realtà ci sollecita a riconoscere che siamo tutti interdipendenti, cioè legati gli uni agli altri. Il mito dell’io (ma che vale anche per l’impresa o lo Stato “sovrani”) che non ha dipendenze, debiti o doveri nei confronti di chicchessia, non ha riscontro nella realtà. È una astrazione che, al punto di evoluzione a cui siamo arrivati, rischia di essere dannosa.
Anche l’idea di interdipendenza è però insufficiente. Il punto è che l’essere umano, a differenza di altre forme viventi e non, è in realtà “inter-indipendente”. Cioè caratterizzato dal paradosso di essere libero e legato insieme. L’idea astratta di una continua liberazione – secondo la quale il nostro (unico) problema è che non siamo mai abbastanza liberi – finisce per compromettere le stesse condizioni nella quale la libertà può in realtà fiorire.
Occorre dunque fare un passo in più rispetto all’idea di libertà che si è sviluppata nell’ultima metà del ‘900: la libertà nella sua pienezza non può avere a che fare solo con la scelta. Ma anche – e forse sopratutto – con la capacità di creare nuovi mondi e di partecipare alla costruzione di ciò che ancora non esiste.
Ma se ciò è vero, ne deriva allora che l’essere umano – e le forme organizzative e istituzionali che è in grado di costruire – è libero in quanto ha la facoltà di trasformare e innovare la realtà. Creando nuovi legami e nuovi mondi.
Come si può ben capire, si tratta di un passaggio decisivo. Perché, oltre alla facoltà di slegare – cioè di guadagnare l’indipendenza – la libertà umana si esprime positivamente in rapporto ai nuovi legami (nuovi mondi) che essa contribuisce a fare esistere.
Ovviamente la dimensione del legame si può esprimere in modi molto diversi: anche la violenza, lo sfruttamento, l’oppressione sono forme di relazione. La sfida – ed è qui che si sviluppa la prospettiva generativa – è quella di costruire mondi capaci di aumentare la vita per sé e per gli altri.
Possiamo così ridefinire la questione che la policrisi porta in superficie: negli ultimi decenni abbiano incrementato in maniera straordinaria la vita umana sulla terra. Ora è necessario riuscire a pensare nuove forme, capaci di accrescere la vita tenendo conto del vincolo relazionale (neghentropico) della nostra libertà.
Il mondo sociale è infatti l’ecosistema in cui la vita umana ha luogo. Ed è per questo che non ha nessun senso contrapporre, come si è fatto nella cultura degli ultimi decenni, l’io al contesto, la libertà all’organizzazione sociale, l’economia e l’ambiente. È pur vero che tra queste dimensioni esiste una tensione che non si potrà mai riconciliare fino in fondo. Ma il paradosso dell’inter-indipendenza sta proprio nella capacità di giocare continuamente questa tensione in senso trasformativo positivo. Realizzando, cioè, nuove forme meglio capaci di ospitare “più vita”. Alla fine è questa la giustificazione fondamentale della rilevanza che l’economia ha nelle nostre vite.
L’idea di sviluppo adeguatamente intesa ha a che fare esattamente con la creatività che sprigiona da questo processo. Da qui deriva anche l’idea di “più vita” che decidiamo di perseguire.

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Arrivati a questo punto, siamo in grado di risemantizzare il ruolo che le organizzazioni possono svolgere all’interno delle società avanzate. Nella varietà delle forme (impresa, associazione, famiglia, chiesa, Stato etc) le organizzazioni svolgono un ruolo neghentropico e rigenerativo.
Se, come recitano le definizioni classiche, esse nascono per unire un gruppo di esseri umani nel perseguimento di un determinato obiettivo, ne deriva che la natura del fenomeno organizzativo è esattamente quella quella di costruire mondi (più o meno aperti) in cui la vita umana può svilupparsi trovando sempre nuovi equilibri (che per definizione non possono essere mai definitivi) tra più libertà (cioè più capacità di azione) e più legame (cioè, appunto, più organizzazione).
Nel corso degli ultimi secoli, la forma impresa – una tipo di organizzazione particolare che non esisteva in epoca premoderna – si è affermata come un soggetto particolarmente rilevante all’interno delle società moderne. Dapprima in modo quasi esclusivo all’interno del ciclo produzione-consumo (l’impresa manifatturiera). E poi in una serie molto ampia di attività (ospedali, scuole, pubblica amministrazione, banche etc).
Nella sua costituzione originaria – di cui molti autori, tra cui Max Weber , hanno dato conto – l’impresa si è concentrata sulla massimizzazione del profitto. Ma, detto che il criterio della profittabilità rimane un parametro qualificante dell’impresa contemporanea, è chiaro che la complessità sociale e culturale delle nostre società richiede un arricchimento del purpose – cioè dello scopo di senso – perseguito. Il dibattito internazionale degli ultimi anni lo ha peraltro ampiamente documentato. 
Come sappiamo, insieme alla potente spinta alla crescita, l’avvento dell’impresa ha comportato non pochi problemi. Basti pensare alle questioni dello sfruttamento e della alienazione del lavoro, due nodi spinosi da cui è scaturito un lungo conflitto sociale che nel corso del tempo si è però andato attenuando, pur senza risolversi completamente. Più di recente si è posta la stessa questione nei termini del rapporto tra le imprese e l’ambiente circostante, sia come ecosistema fisico (col tema della transizione ecologica), che come ecosistema sociale (col tema della responsabilità sociale).
Nella misura in cui l’economia è quella parte di organizzazione sociale deputata a produrre nuovi beni in vista di accrescere la vita umana disponibile; e di fronte ai tanti problemi entropici che il successo della crescita economica degli ultimi anni ci lascia in eredità, l’impresa avanzata si trova davanti a nuove domande.
L’etichetta sotto cui queste domande sono raccolte é quella della sostenibilità. Parola entrata ormai nel linguaggio comune e che proprio per questo rischia di perdere significato. Che cosa vuol dire essere sostenibili per un’impresa contemporanea?Come si misura il suo impatto sull’ambiente sociale e naturale circostante?
In che rapporto sta la sostenibilità con le trasformazioni tecnologiche legate alla digitalizzazione avanzata e all’intelligenza artificiale? E come si realizza un percorso verso un’economia sostenibile secondo giustizia (condizione per conservare il necessario consenso sociale)?
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La generatività sociale è un modo per interrogarsi su come le organizzazioni contemporanee possono svilupparsi come soggetti capaci di accrescere la vita – mediante il loro operare concreto – senza distruggere il mondo.
Una questione che a tutt’oggi rimane aperta e che apre un campo enorme di ricerca e sperimentazione di nuove forme e soluzioni all’altezza delle sfide che abbiamo davanti a noi.
Ma cosa vuol dire essere organizzazioni neghentropiche e generative?
Allo stato attuale dei fatti non ci sono risposte esaurienti a questa domanda. Ciò di cui disponiamo sono alcune piste di lavoro attorno a cui si vanno aggregando quelle organizzazioni che capiscono il problema e che intendono affrontarlo in modo innovativo.
In queste pagine ne nominiamo tre.
In primo luogo, l’organizzazione neghentropica e generativa pensa e pratica la propria autonomia – che costituisce un valore imprescindibile – non in modo assoluto ma relazionale. In relazione a ciò che viene prima (la storia, la tradizione, etc.), a ciò che sta intorno (l’ambiente, il contesto sociale e istituzionale etc.) a ciò che viene dopo (le nuove generazioni, l’innovazione, etc,). E tutto questo non a discapito della capacità di iniziativa e/o di innovazione, bensì come leva per rafforzare lo sforzo innovativo che caratterizza l’impresa. E, con esso, il vantaggio competitivo. Come soggetto moderno, l’impresa esiste perché è capace di andare oltre, di innovare, di trasformare, di immaginare, di migliorare. Ma tale tratto distintivo va sempre più giocato nella consapevolezza del costitutivo legame che struttura la vita. Uno sguardo e una pratica che fa parte del dna della forma capitalistica italiana.
In secondo luogo, l’impresa neghentropica e generativa riconosce che, al di là dei fini strumentali per cui è costituita, la sua natura più profonda ha a che fare con costruzioni di mondi in cui la vita umana si possa esprimere e fiorire. Seguendo Donald Winnicot – il grande psicologo americano che ha lavorato sull’importanza dell’oggetto transizionale (la copertina di Linus, l’orsacchiotto…) – le organizzazioni neghentropiche e generative sanno che il prendersi cura della vita passa attraverso la concretezza del fare e dei processi produttivi. Senza però dimenticare che il vero punto attorno a cui oggi le persone sono disposte a ingaggiarsi è l’accrescimento della vita, propria e altrui. Un obiettivo raggiungibile creando mondi organizzativi coerenti. Ciò significa che il punto fondamentale da cui origina e a cui tende una impresa non sono tanto gli oggetti prodotti o i processi produttivi (che ovviamente rimangono importanti!), quanto piuttosto la vita e il suo accrescimento. A cominciare dalle persone che lavorano all’interno, passando dai fornitori, i clienti o le comunità nelle quali si è inseriti. La cosa interessante è che questo sguardo “umanistico” se da una parte espone a rischi di inefficienza e particolarismo, dall’altro costituisce un punto di differenza fondamentale che qualifica e ad avvantaggia le organizzazioni italiane.
Per questa ragione, ed è il terzo punto, le organizzazioni neghentropiche e generative sperimentano e mettono in pratica una nuova intelligenza che origina nella lettura della complessità della realtà e del modo di operare in essa. Si tratta della intelligenza della “cura”, termine che indica non un generico afflato morale, ma la capacità di operare a partire dalla comprensione e dal rispetto dei processi e delle dinamiche della vita. Di questa nuova intelligenza all’altezza dei tempi abbiamo estremo e urgente bisogno. Da questo punto di vista, le organizzazioni neghentropiche e generative sono chiamate a essere delle front runner in questa ricerca. Anche tenuto conto del ruolo fondamentale da loro svolto nelle società avanzate. L’intelligenza della cura – che poi è intelligenza della complessità – è la condizione per rendere davvero sostenibile il modello di sviluppo.
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Viviamo in tempi sfidanti. Che ci sollecitano a ricercare la via – un po’ per volta, passo dopo passo – di quel nuovo modello di sviluppo che la crisi multidimensionale in cui siamo immersi reclama.
Dopo la stagione dell’etica del lavoro e della produzione mutuata, secondo l’insegnamento di Max Weber, dallo spirito protestante; dopo la stagione della “vita a progetto” che, come ha mostrato Luc Boltanski, ha incorporato la spinta individualistica degli anni ‘60 e ‘70 nei modelli della produzione flessibile e della crescita accelerata della globalizzazione; oggi siamo chiamati a sviluppare un’etica della sostenibilità che non si riduca a una mera efficientizzazione tecnologica. A partire dalla piena acquisizione della complessità della vita, nella sua natura generativa.
