PENSIERO

Il pensiero pratico delle donne sulla città

È sufficiente entrare in una libreria per rendersi conto di quanto sia vivace la letteratura e la saggistica prodotta dalle donne negli ultimi anni e quanta (nuova) attenzione venga data alla prospettiva di genere;  le ragazze studiano e sono brillanti, si laureano a pieni voti, lavorano con la stessa caparbietà dei maschi, le troviamo sempre più spesso a fare bene le stesse cose che sanno fare i loro coetanei: usano le tecnologie, sono brave nello sport, brillano nel campo della medicina e dell’ingegneria, sono talentuose in tutti i campi. Nessuno escluso. 

Eppure, il mondo che le circonda, le città che abitano, gli spazi in cui si muovono assomigliano ancora troppo a quei libri di storia delle scuole medie che sfogliavo con i miei figli qualche anno fa, manuali belli e documentato, con contenuti multimediali, ma con un colossale omissis. Pagine e pagine, capitoli e capitoli, decenni e decenni: la storia è una sequenza di guerre, di crisi economiche, di colpi di stato, di armistizi e di ritirate; i morti si contano in cifre a otto lettere. In tutte queste pagine non c’è una donna, nemmeno una. Cancellate, rimosse, a milioni, a generazioni. Come se non fosse un problema, né per gli storici, né per la storia. 

Eppure, il mondo che le circonda, le città che abitano, gli spazi in cui si muovono assomigliano ancora troppo a quei libri di storia delle scuole medie che sfogliavo con i miei figli qualche anno fa, manuali belli e documentato, con contenuti multimediali, ma con un colossale omissis. Pagine e pagine, capitoli e capitoli, decenni e decenni: la storia è una sequenza di guerre, di crisi economiche, di colpi di stato, di armistizi e di ritirate; i morti si contano in cifre a otto lettere. In tutte queste pagine non c’è una donna, nemmeno una. Cancellate, rimosse, a milioni, a generazioni. Come se non fosse un problema, né per gli storici, né per la storia. 

Veniamo da una storia collettiva di sistematica mancanza di riconoscimento per quello che le donne hanno fatto, detto, pensato, scritto. Una rimozione che ha colpito persino quelle donne che in vita hanno conquistato posizioni sociali e culturali importanti. Dovremmo fare ristampare milioni di libri per mettere fine a questa colpevole dimenticanza e riempire le copie già stampate di “errata corrige”, un mare di carta e di ammende. Anche nel nostro tempo – che pure ha visto la più grande emancipazione delle donne, di tutti i tempi – le donne sono mosche bianche: tavole rotonde, summit, convegni, movimenti politici, salotti televisivi, manifesti politici, sinodi religiosi, talk show, sono consessi di (quasi soli) uomini. E la cosa suscita ancora pochissimo interesse. 

Come le api, le donne lavorano, agiscono, fanno. Stanno nelle retrovie, tessono reti, spesso tengono in piedi organizzazioni complesse con il loro lavoro. Da loro dipende la vita di un alveare – dalle imprese alle città – che non contribuiscono a progettare, a cambiare, a immaginare. Prendono parte al mondo, senza poterlo davvero cambiare. Ma può esistere partecipazione vera delle persone senza cambiamento delle forme e delle regole del gioco e senza trasformazione reale del mondo?

Partecipare non significa solo prendere parte, nel senso in cui un ospite partecipa una cena, uno studente a un corso, un bambino un gioco. Ce lo ricorda Joëlle Zask, filosofa francese, nel suo Participer. Essai les formes dèmocratiques de la partecipation scritto nel 2011, che aggiunge altre due accezioni di partecipazione.

Partecipazione come possibilità di contribuire nel senso in cui chi partecipa a una conferenza fa una domanda, interagisce con il relatore, si contribuisce a un regalo, si dà una mano a qualcuno. È una forma di condivisione che avviene dentro una relazione.  E come possibilità di partecipare ai benefici così come avviene in un’impresa dove gli individui partecipano ai benefici della società di cui fanno parte. Le donne vengono da una lunga storia di partecipazione (nel senso di prendere parte alla vita collettiva) ma senza possibilità di contribuire con il loro pensiero e ancora meno con la possibilità di partecipare ai benefici. Da qui dobbiamo ripartire e qualcosa sta cambiando.

Nella mia ricerca sul contributo femminile nel campo delle trasformazioni urbane, Il senso delle donne per la città (Einaudi, 2023) osservo un dato paradossale. Le donne tenute lontane dalla grande scala, dai progetti strategici, dalla pianificazione delle città, dai cantieri, hanno lavorato su temi un tempo ritenuti marginali e che oggi rivelano invece tutto il loro portato di innovazione: la ridefinizione dell’intimità e dello spazio domestico; la ricostruzione della natura e del paesaggio, in un’ottica di responsabilità verso il pianeta; la difesa della dimensione collettiva nella città, dello spazio pubblico e dei beni comuni come risorsa fondamentale.

Ma se osserviamo quello che è accaduto nelle scienze sociali o nel mondo dell’economia e del diritto potremmo riconoscere molte analogie: le donne sono state attente ai beni comuni, al capitale relazionale, alle comunità più fragili, alle politiche di inclusione, per citare solo alcuni temi.

Quello che fino a ieri ci era parso un limite insormontabile, un’ingiusta discriminazione che ha confinato le donne ad occuparsi di temi ritenuti più marginali, di relazioni interpersonali, di spazi urbani condivisi, suggerisce un nuovo protagonismo per le donne e un significativo cambio di paradigma. Come spesso accade è dai margini che si vede meglio, che si leggono le contraddizioni e si osserva l’incongruenza della realtà.

Le donne hanno osservato da vicino le città – nelle loro pratiche quotidiane – con il distacco che solo chi è escluso dai giochi può avere, maturando un pensiero pratico sulla città (una sorta di buon senso o, come lo definirebbe Raffaele La Capria, un senso comune delle cose) che oggi non possiamo trascurare e di cui peraltro loro stesse non sono ancora pienamente consapevoli.

È un pensiero pratico, che si fa largo ad una scala minuta, tra casa-e-casa, nei quartieri, nelle periferie, nelle economie e nelle organizzazioni locale dove le persone cercano nuovi modi di abitare e di vivere insieme.

È un pensiero che nasce nei luoghi. È nei luoghi che abbiamo ritrovato il senso della prossimità durante la pandemia, è nei luoghi che possiamo trovare soluzioni alla sfida energetica, attivando comunità intorno alla produzione e alla condivisione dell’energia; è nei luoghi che è tornata cruciale la produzione alimentare, che significa anche cura della terra e del paesaggio, è nei luoghi che affrontiamo la sfida climatica, promuovendo azioni concrete di rinaturalizzazione, di mitigazione ambientale, di contenimento degli effetti di siccità e inondazioni.

Chi resta a vivere nelle città esprime con più decisione una domanda di spazi aperti e pubblici, di parchi, di natura; vuole muoversi in modo diverso e trovare servizi in prossimità di casa. Prossimità e abitabilità degli spazi pubblici sono tornati nel dibattito intorno al futuro delle città, rimettendo al centro le strade, la presenza di sedute che consentono alle persone non solo di camminare ma anche di riposare, i parchi e i giardini, gli spazi per i bambini e per gli animali, le piste ciclabili, le isole pedonali. È dalla qualità di quello spazio intermedio e di prossimità che dipende il benessere e la salute delle persone.

Abbiamo un grandissimo bisogno di imprenditori, amministratori, urbanisti, sociologi che pensino, scrivano, ascoltino, discutano di vita nelle città, di prossimità, di ecologia, in modo radicalmente diverso. E dal momento che – salvo rare eccezioni – il campo urbano, la gestione delle organizzazioni e delle imprese, il governo e le politiche locali sono state tradizionalmente campi maschili, oggi questo compito spetta in primis alle donne: a loro tocca pensare, prendere la parola, ascoltare, discutere, scrivere, immaginare le città del futuro. Portando un punto di vista inedito. È di un grandissimo vuoto di pensiero e di visione di cui dobbiamo prenderci cura. Perché prima di ogni progetto di cambiamento, c’è il pensiero.

Immagine di Elena Granata

Elena Granata

Docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, è vicepresidente della Scuola di Economia Civile. È stata membro dello Staff Sherpa, Presidenza del Consiglio dei Ministri, G7/G20 (2020-21) sui temi della biodiversità. Tra i suoi libri recenti: Il senso delle donne per la città (Einaudi, 2023); Ecolove (ed. Ambiente, 2022), con Fiore de Lettera; Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo (Einaudi, 2021); Biodivercity (Giunti, 2019).